‘Del silenzio e del fuoco’ di Vito Viglioglia
ovvero la parola tra inquietudine e liberazione
di Delio Salottolo
Descrivere o recensire una raccolta di testi poetici risulta sempre un lavoro affascinante ma estremamente complesso e dinamico. Quando, poi, l’autore della suddetta raccolta risulta essere un caro amico ed una persona con cui si è condiviso parecchio, anche per quanto riguarda le stesse sensazioni contenute tra le parole delle poesie, il compito risulta essere ancora più arduo. Vito Viglioglia è una eclettica figura di artista poliedrico: canta e scrive testi in un gruppo riconosciuto, scrive poesie pressoché da sempre e da non troppo tempo si dedica anche alla pittura. ‘Del silenzio e del fuoco’ risulta essere la prima raccolta di poesie in cui è contenuto il ‘fuoco’ che rappresenta la sua esperienza di vita da studente alle falde del Vesuvio e il ‘silenzio’ che descrive il tranquillo tacere del Vulture, vulcano spento nelle cui vicinanze sorge il paese dove vive e lavora. Ad un primo sguardo la raccolta sembra impregnata di quell’inquietudine che non si basa sulla ricerca dell’azione ma su un troppo di sensazioni che il nostro animo attinge dalla realtà, gli echi di Pessoa si rimandano tra la dedica e le pagine in cui i versi richiamano quelle atmosfere totali e intrise del più grande mistero: l’Essere.
‘Vivrò sempre la tensione di me stesso,
quasi fossi composto da diversi universi che si sfiorano,
quasi vivessi solo in pensiero, nelle cascate, nell’acqua.’
Ma questo stesso Essere assume a volte le sembianze di un Dio, la cui mancanza, la cui possibile inesistenza non esime l’animo dell’uomo ad una ricerca affannata di verità: ‘Forse è l’anima agitata./Avrei bisogno d’altro./Neanche di te./Neanche di Dio.’Oppure nell’intensa ‘Equivalenze’: ‘Non ho fede, pur avendola./Non ho Dio, pur avendolo./Ho io, pur non avendomi./E’ solo un modo di dire.’ Ed anche la preghiera risulta essere un momento complesso e contraddittorio: ‘Ho timore dell’amabile verità che mi porta/al disprezzo degli uomini./Ho timore della preghiera che mi porta a finire./ Sottolineando un corpo inerme che non ha altro da fare che pensare/ciò che si può dire.’ E nella ‘Preghiera’: ‘Mio Dio che ti fai amare, mio Dio che ti fai sentire./Nel mistero che ti regalo, amandomi, mi doni l’essenza.’
Le esperienze mistiche si mescolano profondamente a quelle di una ricerca di vita, di sensazioni e di azioni che accompagnano molte delle sue liriche. L’amore, pienamente fisico e corporale, si fonda con l’amore mistico in un tutt’uno che non infastidisce: ‘Amore soffoca amore/come degenerazione psichica,/come Cristo sulla croce,/come larva sulla terra,/come pace fra le vittime,/come morto e vivente.’ Ma anche: ‘Segnato dal rammarico, cedo alla sera./L’amore è svanito in un orgasmo.’
Insomma, l’autore sembra essere continuamente sospeso come in definitiva palesa chiaramente il titolo tra il silenzio di un’anima che osserva l’infinita rappresentazione dell’Essere per trovarsi partecipe di movimenti ampli e totali di cui si sente partecipante assoluto e il fuoco di una volontà di azione che non si esaurisce tra le pieghe di una normalità accettata e sofferta bensì abbisogna di un continuo rimettersi in discussione lungo le tracce della realtà più materiale come unico mezzo di trasporto verso
‘Sento/celeste/disperso/il pensiero’
Equivalenze
Non ho fede, pur avendola.
Non ho Dio, pur avendolo.
Ho io, pur non avendomi.
E’ solo un modo di dire.
Dire, vuol dire esserci.
Esserci, cosa vuol dire?
Esserci è sentire ciò che non si può
capire
Capire, è sapere di dover morire.
Morire, è il timore di dover sparire.
Sentire, mi porta erroneamente a
dire quello che ho già perso,
in una notte d’estate,
fra consigli dovuti e un prurito sul
petto colorato dal sole.
Il perché di tutto questo
Adesso mi sfugge,
dovrò dormire sperando di sognare.
La certezza di un domani già
passato?
Senza titolo
Residui di voglie si stanziano
Calme-calzanti
Come quando mi baci.
Litanìa
Descrizioni bizzarre andanti
dai sottoscala delle ombre che
depilano Cristo.
Quel Cristo è distante dalle
primavere verdi.
E’ una ferita balsamica fino in
fondo.
Nello sfiorare le terrazze che
odorano di piedi marini.
Nelle rugiade, tinte di ruggini
in umide stanze anti-pascoli.
Nell’essere in ogni dove in un
solo momento.
Non vorrei passeggiare con la sera
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