Visualizzazione post con etichetta LABAUT N.1 aprile 2005. Mostra tutti i post
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LA PENULTIMA ALBA

di Fabio Rocco Oliva

scriverò lettere cercando di afferrarmi dall’esterno; scriverò di me come fossi un altro. non riesco a fissarmi dall’interno.

appunto la mia voce, la mia angoscia pura, senza filtri, in note brevi. ma nascondo le lettere su fogli di carta qualsiasi e non li trovo più. dimentico dove li ho messi l’ultima volta.

qualcuno li troverà.

cercateli e dateli a mio figlio.

Amico mio, 15 Agosto

ficcai la chiave nella serratura, era mattina quando tornai a casa, stanco e sudato dopo tre giorni. Gettai le chiavi sul tavolo e armeggiai movimenti distratti.

Mi lanciai sul divano a peso morto e assunsi una posa come se stessi pensando, allungai la mano sulla sedia a destra del divano. Afferrai la bottiglia d’acqua e bevvi a grandi sorsate.

Era metà agosto, la calura era eccessiva, specie per un uomo sui novanta chili alto poco più di un metroesettanta. La canottiera bianca che avevo indossato quando tre giorni prima scesi dal mio appartamento ai tribunali s’era ridotta abbastanza male, aveva delle macchie inspiegabili un po’ ovunque, le stesse macchie erano sui pantaloni di cotone verde.

Mio caro amico, 16 agosto, di notte

Il ticchettio del quadrante a muro sembra dettare il tempo alle immagini che sviluppo nella mente: mi sforzo di fare ordine nei ricordi che si accavallano.

Autobus di notte, lunghe passeggiate durante il giorno. Sono salito a sanmartino e ho visto l’alba, sono sceso alla ferrovia e ho preso il 455 per torredelgreco alle due di notte, sono stato a via roma nel pomeriggio, alla galleria Umberto, sotto gli archi del sancarlo.

Non ricordo nessun dialogo.

Ho dormito sul tetto del casteldellovo, sulle panche della villacomunale, ho mangiato, sono capitato a qualche festicciola, non mi sono divertito, ho preso ancora il 401, il 491.

La notte ormai è destinata nei pullman seduto vicino al finestrino. Sono una delizia in canottiera, con la testa fuori al finestrino a prendere tutto il vento di mergellina. “Un grassoccio che vive con angoscia l’arsura d’agosto”.

Per un’insonne forse è l’unica soluzione quella di andare in giro di notte a rinfrescarsi sugli autobus.

Foglietto ritrovato in una tasca della giacca

Il caffé salì.

Maledetto specchio ovale che gli si parò giusto avanti quando dal cucinino andò nella stanza di passaggio, la stanza dove era entrato. Restò a fissarsi mentre beveva il caffé. Non mi sopporto, non sopporto quello specchio e andò dritto nella camera da letto. Lasciò la tazzina su un mobile.

15 agosto. Non voglio sapere che ore sono.

17 agosto, mattina

E aprì la finestra, faceva sempre caldo. S’affacciò al piccolo balconcino. Guardò in basso.

“Sarebbe facile alzare una coscia e andare giù”.

La signora di fronte era già sveglia e dondolava sé stessa e la scopa lungo il terrazzino tra le piante e i giocattoli dei figli.

“No, no. Già sto scivolando, già mi sono spinto, già sto cadendo e ho pure già sbattuto contro l’asfalto”.

Foglietto ritrovato nelle cuciture di un cappello

Era decisamente cominciata la giornata, che calore! che lunghi giorni afosi si presentavano. Bisognava fare qualcosa contro il caldo.

Appunto dietro uno scontrino ritrovato in un libro (aranciata 0,50 cent)

Tutto sbiadito sanmartino, il tetto a sinistra di santachiara, la casa di fronte abbandonata, l’anticaglia insolubile, tutto sfocato. Vorrei un figlio.

Carissimo, 18 agosto, mattina presto

“Ho girato tre giorni per tutta napoli a vuoto, se non altro prendevo il fresco la notte sull’autobus”.

Il vicino comincia il suo lavoro col paniere, lo tira giù, poi lo tira su, poi si siede, poi fuma, poi entra in casa, poi si riaffaccia al balcone.

Io, il signor Andrea Speranza, laureato, sono sempre al balcone, in canottiera bianca. Zoppo alla gamba destra. Il vicino si diverte a spiarmi da sopra al giornale che legge tutte le mattine per sapere i suoi compagni d’affari che fine fanno, arresti, omicidi. Indovina chi ha fatto quella rapina - Cronache di Napoli - arresti domiciliari. “Andrea Speranza! Si ucciderà, prima o poi. E’solo. A 50 anni non ha non ha ancora messo su famiglia. Non fa niente, non parla con nessuno. Laureato incapace di lavorare e di rischiare. Ha rifiutato quel lavoretto facile facile che gli chiesi di fare per me. Non ho mai promesso a nessuno un guadagno così alto. Speriamo almeno non si butti, altrimenti oggi non si lavora e perdo parecchi soldi”.

Mio carissimo e unico testimone, 19 agosto, sera

La signora spazza ancora e raccoglie una quantità di cianfrusaglie sparse per il terrazzo. “Che coppia i miei vicini! Guarda là dove sono capitata. Andrea che non si sa mai che pensa, sempre cupo, non saluta mai. E l’altro, il suo vicino, eccessivamente a modo con tutti. Non ci tiene a inimicarsi nessuno. Saluta con quel sorriso simpatico, e io ricambio a tono. Poi gioca sempre con quel paniere, su e giù in continuazione per tutto il giorno. In mezzo a loro, poi, quel gran genio dell’alienato che passa tutta la giornata al computer”.

Bozza ritrovata nell’ultima pagina di un quaderno

Il ticchettio del quadrante a muro, la donna che scopa, il vicino, la mattina, i figli del vicino, i figli della donna che scopa, l’odore di ragù, internet già in funzione, mi manca qualcosa, provo a farmi i conti, ma mi manca decisamente qualcosa. Andrea Speranza si gratta la barba come per afferrare qualcosa.

Figliolo caro, 20 agosto, non so che ore sono, forse tardi

Non ha senso stare affacciato al balcone, pensare di schiantarsi quando già sono crollato e sfracellato per bene. Rientro in casa e mi ciondolo per quel po’ di spazio che ho. “Gli oggetti tutti, il palazzo, la donna che spazza, il mio vicino. Tutto quello che ho intorno. Bello pensarlo come un enorme libro che contiene segni ortografici, da leggere, da relazionare, da decifrare. Tutti i segni si possono decifrare e cogliere”.

Ascoltami mio unico amico 21 agosto, mezzogiorno

“No, non posso. Non posso più farlo. Non posso più decifrare i segni di nessun libro. Li perdo immediatamente nell’attimo in cui l’afferro”.

“Mentre li tengo stretti tra le mani mi scivolano come l’acqua che uso al mattino per sciacquarmi il volto. Il volto che vedo allucinato perché non riconosco più in quel volto, il volto del giorno precedente. E non perché avanzo e miglioro e supero e corro verso uno stadio altro della mia vita o della vita dell’uomo nel mondo e nell’universo. No, non per questo, non più ormai, non è più possibile”.

“Come posso afferrare qualcosa che gira su una sfera sospesa nel nulla, che lentamente si ferma?”

Ritrovato senza data sotto la gamba del tavolo, piegato più volte

Ecco, il vicino si affretta a calare il paniere, la vicina s’affretta a spazzare e la terra s’affretta a decelerare per fermarsi.

“E poi? Cadrà? E se la caduta dopo innumerevoli millenni divenisse la sola possibile costanza della terra? Esisterebbe un uomo in continuo precipizio?”.

L’universo è infinito. La caduta, lunga.

“Mi trascino, quasi per non deludere chi mi ha preceduto su questa terra ed è ricordato ancora dopo secoli. Mi tengo strette le mie riflessioni, per non accasciarmi e annullarmi, solo per essere tempo sulla terra”.

Scritto su un tovagliolo

Non avrò mai il lavoro che desidero. Voglio un figlio.

22 agosto Figlio

“Ho provato a dire queste cose al vicino, una sera, mi guardò con una faccia strana e mi ha proposto la sua merce. Voleva regalarmela, mi ha detto di non affliggermi”. Atto di fratellanza inconcepibile. “Non sono afflitto”. Non mi disturba essere afflitto. “Ho provato anche con la signora di fronte, ma lei insisteva con i detersivi, e ho parlato con le persone che incontravo di notte nei pullman, dicevano tutti di essere d’accordo poi ognuno di noi prendeva il suo pullman e inevitabilmente si dimenticava dell’altro e cosa era stato detto”.

Parlo solo per me stesso?

“Parlo in realtà sempre solo con me stesso, il mio vicino non può essere altri che me”. Disgusto e malinconia. Una gabbia, una finestra e oltre? Ancora una gabbia e un’altra finestra? “I palazzi e gli oggetti tutti non possono essere altro che me. E non potrò mai afferrarli e non potrò mai tenermeli stretti, proprio per questo, per un continuo gioco di specchi che riflette sempre la stessa immagine, solo l’immagine e nient’altro.

Non sopporto più gli specchi, moltiplicano me e me negli altri.

Mai comunicare nulla né decifrare oltre l’immagine. Mi sfuggirebbero sempre. Come io sfuggo a me stesso”.

Su un pezzo di carta igienica ritrovato sotto il frigorifero

Sono laureato. Sono un disoccupato che ogni tanto si guadagna qualcosa. Voglio un figlio a cui lasciare me stesso.

Non posso più essere il nuovo uomo nuovo.

Penultima alba, figliolo mio, ascoltami 23 agosto

E allora, allora creo le immagini del mondo e le perdo subito. E le ricreo e le perdo ancora e poi le trovo diverse. M’impongo nel mondo pensando che non sono ancora l’ultimo uomo.

Ho bisogno d’urlare ancora un’ultima cosa. Non so cosa. Voglio vivere gli ultimi secoli dell’uomo in grande stile. Canticchiando vecchie canzoni francesi. Con lo champagne. Con tutto il peso di quello che ha fatto l’uomo e passare il testimone completo e chiaro, sbiadito e inafferrabile, all’ultimo uomo. All’uomo che vedrà l’ultima alba. Ti voglio. Voglio un figlio che non ho ancora e che sarà l’ultimo uomo.

Tutto il silenzio mattutino risuona delle canzoni passate, delle vite trascorse. T’avverto, queste lettere sono il mio regalo per te, figlio:

“Non c’è nulla dentro questi palazzi, oltre le mura che vedo, all’interno non c’è più nulla. Si trasloca.

Non c’è nulla nel vuoto tra un palazzo e l’altro. E quanto è pesante e quanta libertà mi dà il fatto che non c’è nulla. Questo è per te figlio, non so se sarò io a farti nascere, né se nascerai mai”.

ora tocca a te parlare, cominciare l’ultimo sermone o discorso altro

DUE STORIE

(ovvero una vicenda sull'impossibilità contemporanea)

di Delio Salottolo

La realtà

- Le cose non vanno bene. Mi mantengo sul falso discrimine tra dignità e follia. Tiro avanti tranquillamente: qualche lavoretto lo faccio sempre. Sto in piedi soltanto perchè scrivo. Quelle chiazze di nero che imbrattano la purezza del foglio bianco. Lettere sparse adattate alla realtà. Il lavoro dello scrittore è come quello di un buon sarto. Ho dedicato tutta la mia vita alla scrittura. Sin dai tempi del Labaut. E ora hai messo su una importante casa editrice. Giovane. Applicheremo finalmente le nostre idee ed io finalmente pubblicherò qualcosa. Il mio nome, la mia vita, il mio romanzo impossibile. E' troppo tempo che attendo. Forse riuscirò a completare il mio romanzo. Storia totale della totale impossibilità di vivere oggi, a Napoli ed ovunque. Forse riuscirò a mettere la parola fine. Conclusione. La struttura sarà totale ma avvilupperà il nulla. Sei in ritardo. Strano non lo eri mai stato. Servi anche tu per mettere la parola fine a questo romanzo. I tuoi discorsi, i tuoi pensieri rappresentano la veste del reale e la sua impossibilità. Devi venire. -

Quel maledetto specchio. Proprio qua doveva restituire il mio volto. E poi non ridere. Non puoi liberarti di me come non puoi liberarti di te stesso. E' un delirio? Sì, un delirio da ubriaco. Ma che fa? Chi non delira? Chi non beve? Sarai anche fortunato ma quando ci incontreremo non potrai negare il mio talento. Sai benissimo che è unico. Rispondimi. Mi hai invidiato qualche volta? Dimmelo se mi hai invidiato e scriverò le mie migliori pagine. Dimmelo e costruirò l’unico finale possibile, forse. Dimmelo e forse dormirò attendendo che la realtà si compi tra le pagine del mio romanzo.

“Buondì caro, come va?”

Potevi risparmiarti questo sorriso. Sai come va. Vedi il mio volto. Sai cosa sto passando. Conosci la mia sofferenza nello scrivere. "Bene. Non si vede? Comunque volevo farti i complimenti. E già sai il motivo per cui ti ho chiamato; ho delle cose eccezionali da proporti."

“Perfetto, dì pure.”

Che eleganza nel parlare. Il giovane editore che gode. Novello Mecenate, vero? “Ho scritto un buon romanzo, manca soltanto il finale: parla di tutto quello che ruota attorno a noi. La tecnica è finalmente propositiva, ma in maniera matura, molti discorsi indiretti liberi, pensieri che si fondono a discorsi, in una sinfonia corale di eventi e sensazioni. Ma...scusami! Volevo prima chiederti che linea hai intenzione di dare alla casa editrice.” Tutto in un fiato, ho parlato. Troppo. Sono stato banale. Il mio romanzo è oltre, è di più. Manca il finale e stanotte non ho dormito. E capirà che sono disperato. Vecchia vicenda dello scrittore vate e distrutto. Ho fatto troppa pubblicità a me stesso. E poi quel foulard, a che serve?

“Vi sarà, dunque, una collana che prevederà la presenza di testi classici napoletani: da Russo a Di Giacomo ed altri. E un'altra avrà come suo scopo rilanciare Napoli: giovani scrittori, nuovi modi, nuove espressività, soprattutto... Per questo mi interessa quello che hai scritto anche se non posso per il momento prometterti nulla. Sai, non possiamo esagerare con le pubblicazioni, abbiamo già tutto pronto per i prossimi mesi.”

Hai già tutto il programma di pubblicazioni? Non dicevi che a Napoli non scriveva più nessuno? Non eravamo l'avanguardia, noi? Svestiti da quei panni. Parlami sul serio. Non mi inondare di discorsi sulla morte della letteratura con il Finnegans Wake e non chiedermi se c'è un modo di uscire dai labirinti di Borges. Non è il momento. Non sei più tu.

“Ah...prima di andarmene volevo chiederti se per il momento ti andava di darmi una mano nella casa editrice, quando hai tempo ovviamente. C'è parecchio da fare: prendere contatti con tipografie, o con grossisti di carta. Se ti va, fammi sapere al più presto. C'è sempre un posto per te.”

E grazie. Il segretario, niente male. Mi fai schifo, accetterò però. Contento? "Non so. Ti farò sapere presto. Ho anch'io parecchie cose da fare ma mi farebbe piacere!"

“Ah, prima di andarmene volevo soltanto dire che il finale del tuo romanzo sarà pronto entro domani…ne sono sicuro. Si vede dal tuo sguardo.”

Ancora una volta. Languirò solitario tra i miei pensieri. Non posso liberarmi da quello che sono e quello che sarò. Mi siedo a questo tavolino a riflettere. Devo riprendere a scrivere. Il finale. La storia è buona. La vita è saporita. Di un sapore marcio e scaduto ma valido. Una conclusione che preveda l’impossibilità di tutto. Qualcosa che distrugga ogni possibilità; che apra definitivamente tutti i cancelli mostrando che al di là di loro vi è solo il tenero e morbido nulla. Scriverò la conclusione. E soffrirò ancora per poco. Poche pagine e le vicende si mescoleranno e l’impossibilità trionferà. Scriverò, sì, comincerò a scrivere l’ultimo capitolo e vivrò, ancora una volta, la mia impossibilità di azione.

Ultimo capitolo: l’incognita e l’impossibilità

- Il profumo delle coperte appena lavate. Rosse come un tappeto di fuoco. Bella presa in giro il rosso denso e terso. A me piace ascoltare unicamente il profumo di donna. Di donna e di sesso femminile. Hai impregnato il letto e il mio umore. Carne che trema tra le mie mani. Tremi e trami con me. Sei una meraviglia. Nata per sfidare una natura oramai inesistente. Nata per stare con me, forse. Ti accompagno piacevolmente tra le pieghe del mio animo. Ti confido confessioni ossessionanti. E tu credi al mio modo, non modifichi il mio credo bisbigliando e lucrando sulle esperienze sparpagliate. Non comunichi il chiasmo insanabile tra idea e azione, tra uomo e donna. Moltiplichi il mio essere all'infinito e ti abbandoni placida alla finitezza dell'amore aggrovigliato tra le lussureggianti lenzuola rosse della nostra vita assieme. Mi tendi la mano e mi proponi un sorriso che si apra su tutta la nostra vita. Mi avresti accompagnato, lo so. Ma devo compiere la critica totale. Devo assolutamente perpetrare indistinti espedienti per compiere l'unico vero atto impossibile. Pochi uomini possono pensarlo. Nessuno può mai farlo. Io compierò tale sostenuta facezia.

Io, X, incognita di un calcolo errato, distruggo ogni certezza. Moltiplico il nulla per me stesso e produco la realtà. Io, X, sono la variabile del mondo. Dissocio ogni possibilità di rapporto. Indistinto come un destino tinto di amaranto il mio atto traboccherà me ed inonderà tutto quello che circola e circonda. Inonderà le pieghe immobili del susseguo. Sussisterà tra le piaghe indolenzite del rapporto causale e casuale. Permetterà le lacrime tra i risvolti dell'ironico completo. Atto mio e assoluta sostanza. Ti amo, amore mio. Ma l'impossibilità di una morte vera: questo è il problema blaterato in tutti questi millenni. -

Che splendore questo specchio. Mi restituisci un'immagine veritiera e gioiosa di me. Che pienezza la mia vita. Gonfia di ogni risoluzione, totale come uno specchio che splende e riflette l’intero universo. Sì, oggi è il momento giusto. Devo liberarmi di tutto. Amore mio, ti lascerò con il mio profumo sulla pelle. Devo andare, devo comprendere quale è il confine che separa l’atto dal suo accadere. Devo comprendere quale sia l’ultimo capitolo da affrontare in questo romanzo.

Io, X, protagonista di un romanzo insensato chiedo al mio scrittore la comprensione di me stesso. Ho preso la decisione e lui sarà sicuramente d’accordo.

Lo sguardo di Y è penetrante. Intenso. Veloce e diretto passa da un lato all’altro il mio Io, come in una rassegna. Mi osserva con un fare risoluto che non gli si addice. Giusto, però. Giusto che sia così. Gli rispondo mantenendo i toni della discussione sul vago. Gli dico di aver terminato il romanzo. Sì, l’avevo finalmente terminato. La storia prevede, però, un’ultima narrazione, attraverso la quale verrà definitivamente sciolto l’enigma che attraversa le mie pagine. Ho finalmente compreso il momento in cui si sviluppa l’ispirazione. Vi è bisogno, gli dico, di annunciare il suicidio dell’arte per dare una nuova possibilità. Suicidio non omicidio, di questi ce ne sono tanti, e sono risultati soltanto tentativi. Mi guarda perplesso stavolta. Non si sofferma più a squadrare il mio volto rilassato dopo una notte d’amore e sereno per l’estrema comprensione. Il suo sguardo si concentra sulle mie labbra, come se fosse possibile comprendere meglio osservando il loro movimento. Non comprende, penso. Non può comprendere il mio atto estremo. Non può comprendere come ci si possa sacrificare in nome dell’arte. Sei un buono scrittore non v’è dubbio. Ti manca qualcosa, però. Il sacrificio. No, non mi capirai mai. Ricominci, adesso, con le tue sciocchezze. Sono d’accordo, sì. L’omicidio della letteratura si è avuto con il Finnegans Wake; su Borges, però, devo contraddirti: i labirinti esistono nel momento in cui si creano i muri separatori. Forse abbatterli potrà risollevarci dalla nostra condizione. Non mi comprendi. Lo so. Nei discorsi letterari amo prenderti in giro; è inutile che arranchi e ti arrovelli. Quello che ho detto non significa nulla. Nulla, chiaro? Hai degli impegni da svolgere? Non ti trattengo più. Non salutarmi innervosito. Non me lo merito. Non salutarmi così, gli addii dovrebbero essere più romantici.

Arrovellanti pensieri roventi trapasseranno e rimarrà un vago disgusto stordente. Quando non si potrà più piangere né ridere, che accadrà? Quando compirò l'atto che riassume in se ogni opposto, tu amore mio, potrai ancora piangere? Potrai ancora amarmi? Ed io, potrei ancora amarmi? Mi comporterò come dovrebbe ogni buon giocatore quando vince, mi lancerò nel vuoto e fra poco sarò morto. E il segno che rimarrà sull’asfalto parlerà di un suicidio. Strana semantica del sangue. Rappresenterà l’epilogo estremo di una vita. Chi raccoglierà la mia sfida all’impossibilità? Chi capirà la sospensione di ogni giudizio che crea un suicidio all’apice di una realizzazione? Chi mi potrebbe realmente capire? Quando la struttura della comprensione non è più la ragione ma qualcos'Altro? L’Altro come un sogno proibito di comprensione diventerà sempre di più un’inquietudine. Basta parlare di follia. Basta. Divertimento, invece. Il divertimento sarà l'attimo di vuoto che mi separa con il pavimento e la morte cruenta e sarà identico a quello che separa uno scrittore dal suo foglio nell’attimo di sospensione dell’ispirazione. Il tormento e la vendetta dilateranno il mio attimo della caduta all'infinito. Il mio corpo flaccido e inerme cadrà nel vuoto e sarà l’infinita possibilità d’ispirazione. Dilaterò l’attimo della caduta in particelle minime e tutto ciò che accadrà sarà una curvatura infinita di eventi, una stringa concettuale di pensieri, una dilatazione del sospiro della malinconia. Sarà l’infinita possibilità di creare storie infinite.

X si lanciò nel vuoto. Cercò di rimanere costante nelle pieghe inconsolanti che separano la realtà dalla letteratura. Dilatò all’infinito l’attimo dell’ispirazione e permise di scrivere la conclusione di un romanzo che rimase sospeso.

X ha costretto a concludere il romanzo nell’attimo della caduta. Voleva il suo suicidio nel nome dell’Arte ma voleva anche l’eternità. E’ un personaggio epico, in fondo. Voleva l’eternità e dare la possibilità di scrivere infinite storie. Ha voluto regalare l’ispirazione dilatata ed infinita.

Rimasi immobile di fronte al tavolino e alla macchina da scrivere. Mi alzai in piedi e iniziai a piangere la morte eroica del mio personaggio, me medesimo più di me stesso. Dalle mie lacrime sgorgò la possibilità di una nuova letteratura.

IL CUORE IN MANO

di Umberto Duca

…il dubbio…

Quando mi sento stanco, ma più stanco di quando sono stanco, mi do tutta l’impressione di non riuscire a trovare, in alcun modo immaginabile, finanche la forza per respirare.

Anche se, da quello che conosco circa il funzionamento del mio corpo, quella della respirazione risulta essere una di quelle attività cosiddette involontarie, per la quale cioè non sussiste alcun bisogno di qualsivoglia specie d’applicazione o intento per farla attivare, ma va da sé. Da sola si attiva e lavora e da sola un giorno, non so quanto lontano ovvero quanto vicino si, per così dire, disattiverà tutta da sola!

Ebbene –credetemi!- in talune circostanze sento, in modo alquanto angoscioso, di dover adoperare tutta la volontà della quale dispongo per far continuare questo mio corpo a respirare e, di conseguenza non riuscire, malgrado tutti i miei sforzi e la mia applicazione, a trovare una condotta respiratoria soddisfacente. Penso di essere ammalato! Non in modo gravissimo, certo! Ma immagino a volte che questa mia insufficienza, per adesso solo legata ad alcuni momenti e situazioni, possa un giorno o l’altro diffondersi come un velenoso liquido penetrante a tutto il resto del mio amato corpicino.

Non vi sembrerebbe questa un’eventualità grave? Un’avventura di cui preoccuparsi?

…la conferma…

L’altro giorno, per l’appunto, ero seduto come sono solito fare all’imbrunire sulla mia poltroncina di raso-rosso e gustavo una dolce sigarettina di tabacco che accompagnavo con un goccio d’alcol, di quello buono, mentre fuori era possibile scorgere, dall’ampia finestra, le prime avvisaglie di primavera. L’addolcirsi dell’aria attraversata da lievi profumi donneschi, miriadi di uccellini cinguettanti e svolazzanti e poi ancora mille e più colori di cui si tinge tutto l’esistente, compreso quell’orribile ritratto, di cui ignoro sia autore che soggetto, che mia moglie a tutti i costi ha voluto intrufolare nella nostra camera. Orribile ed inquietante, non sto scherzando.

Il bicchiere s’era vuotato mentre ancora la mia sigarettina bruciava all’incirca verso la sua metà. M’alzai dal comodo giaciglio e m’avvicinai al mobile di faggio scuro, presi la bottiglia che poco prima avevo adoperato e la vuotai completamente nel bicchiere.

Fu questa un’operazione che m’elargì tanta di quell’appagante calma che, senza nemmeno avvedermene e mio malgrado, dipinse uno smagato sorriso sul mio volto. Appena ne fui pienamente consapevole mi voltai di scatto, che per un pelo non facevo andar giù buona parte dell’alcol che serbavo nel bicchiere, e ritornai pensoso sulla mia poltrona. Pensoso come se il sorriso che pochi istanti prima aveva abitato la mia espressione m’avesse, in certo modo, turbato un portentoso equilibrio che in quel momento aveva fatto di me, del bicchiere, dell’alcol e dei colori, i profumi e gli uccellini là fuori, un tutt’uno. Un’armonica costruzione dello spazio e del tempo distrutta in modo così stupido e sardonico da un mio grottesco sorriso, da un’emozione mal controllata, da un terribile venir a galla d’un piacere irato, che trovava lo spazio per uscir fuori dalle mie viscere, nello specchio liquido ed opaco d’una dose d’etilico.

Non nascondo la meraviglia che provai non appena seduto nuovamente sulla mia "rosso-raso" ebbi piena coscienza di questi turbamenti (e come dovrei chiamarli?) ed ancora essa aumentò non appena, alla vista dell’orribile quadro –che avevo esattamente di fronte giacché era ed è ancora posto accanto all’ampia finestra- fui assalito dal mio sforzo respiratorio, dall’incapace volontà del mio corpo di compiere il suo dovere, nonché mio diritto (credevo all’epoca cui codesti fatti sono riferiti).

Iniziò in questo modo quella lotta che ormai così bene conosco tra, quello che d’ora in poi chiamerò LUI (il mio corpo) e ME (la mia volontà).

-“…dovresti farlo da solo…dovresti essere tu a farlo…dovresti farlo da solo…”- ripetevo LUI, e mi ripetevo sgomento in mente nel mentre ch’avveniva ciò che vi narro.

Vedevo quello che mi sembrava il mio enorme petto alzarsi ed abbassarsi in modo artificioso, con una mancanza di naturalezza dunque, che mi riempiva gli occhi e l’animo d’un’angoscia mai provata sino ad allora…molto male tutto ciò mi faceva presagire. Ed ogni movimento, non sto scherzando, mi raggelava il sangue nelle vene. La pesantezza di quel mio enorme petto era paragonabile in quel momento a quella di dieci e più cani di grossa taglia, sentivo lo sforzo d’una partoriente tutt’intero sul mio petto e sulla mia forza d’animo.

Adesso mi dimenavo e mi contorcevo su quello che era stato fino a pochi attimi prima il più comodo e solenne giaciglio che si possa immaginare, guardavo alla mia destra ed alla mia sinistra in modo distratto che, subito l’attenzione si proiettava vorticosamente su quel torace artificiale e sul suo terrificante e scattoso movimento.

Dietro questa immagine, che il mio sguardo metteva nitidamente a fuoco, scorgevo come lontani e sfocati quelli che mi sembravano due enormi dipinti; la finestra con il suo mondo incantato di fuori ed ancora quell’orribile ritratto che iniziò velocemente ad assumere, al mio occhio, un’espressione, si direbbe “in cagnesco”, si! Mi guardava in cagnesco! Terribile.

A mano a mano anche quello che fino a pochi attimi prima m’era sembrato l’incanto del mondo, che arrivava ai miei sensi dalla finestra, iniziò ad infastidire la mia percezione e ad urtare irrefrenabilmente la mia nervatura.

Tutto quello che arrivava ai miei sensi era ormai canalizzato in un vorticoso fluire di suoni immagini e sensazioni incancellabili dalla mia mente, fluire tuttora vivo come sono vivo io adesso mentre vi parlo intorbidito.

Ma dovevo respirare! Il mio controllo volontario sull’attività di LUI non sarebbe per nulla al mondo dovuto smettere, pena la morte immaginai. Continuai ancora per un bel pezzo a guardar il mio meccanico petto andar su e giù poi, in men che non si dica, tutto mi apparve chiaro e l’accaduto di cui sembravo vittima svelò alla mia mente la sua vera essenza, eccola: -“ Il destino ha posto nelle mie mani un grande potere, il potere su di LUI, il potere di far divenire mia volontà ogni suo atto, ogni suo gesto ed ogni sua manifestazione, comprese quelle che per tutto il resto dei comuni mortali sono escluse dal vigile ed attento controllo di essa. DA QUESTO MOMENTO FARAI SOLTANTO ED UNICAMENTE QUELLO CHE VOGLIO IO!”-.

…la condanna…

Ecco a cosa pervenni, ecco quali furono le gloriose conclusioni di quest’evento che vi racconto con tanta partecipazione, con il cuore in mano potrei dire, queste dunque le conclusioni, queste le decisioni e questo ciò che accadde poi; riacquistai pazientemente il controllo su tutto il mio corpo ed iniziai ad applicare le conclusioni cui giunsi. Volevo respirare e respiravo. Volevo vivere e quasi come un despota tra i più tiranni assunsi il pieno controllo su di LUI, lentamente molto lentamente abituai ME alla fatica di muovere quel pesante petto ed ai suoi meccanici movimenti, scattosi ed irregolari. Mi calmai e risedetti comodo sulla mia poltroncina. Allungai lo sguardo fuori dalla finestra e ritrovai la gioia di quelle immagini e odori e suoni. Con la coda dell’occhio intravidi che l’orribile ritratto accanto la finestra aveva teneramente addolcito il suo sguardo e abbandonata la sua posa da bestia pronta all’attacco.

Tutto era tornato come poche ore prima, solo il sole era ormai quasi del tutto scomparso ed i miei pensieri abituali presentavano una grossa novità: -“Quelli che prima in malomodo mi sembravano episodi che m’avrebbero fatto ritenere una persona ammalata adesso, proprio uno di quelli m’aveva svelato appieno ed in modo irrefutabile quale fosse la mia vera e superiore natura”-.

Assunsi da quel momento il pieno controllo su tutte quelle attività che fino a quest’episodio LUI aveva portato avanti autonomamente e ne fui ogni giorno più fiero. La mia vita divenne da allora un immane sforzo di volontà che portava via con se, per intere, tutte le mie giornate, ma che tuttavia m’appagava in modo profondo. La maggiore soddisfazione la ebbi quando fui capace di sentire, come non ebbi mai avuto modo di sentire prima, e addomesticare, i battiti del mio cuore, di quello strano aggroviglio di carne pullulante di vita a cui non capisco perché si attribuiscono enormi poteri e facoltà. Ma io v’assicuro che il cuore è solo un muscolo, uno di quelli importanti certo, ma solo un muscolo.

E a dire il vero soltanto adesso mi accorgo della mia condanna e del mio conseguente amaro destino. Vivo oramai da un numero-innumerevole d’anni, voglio vivere e dunque vivo è stato il mio imperativo fino a questo momento. Ho conosciuto generazioni su generazioni, visitato in lungo e in largo anche gli angoli più sperduti del globo, sono stato sposato con più di due dozzine di donne ed ho partecipato ai più grandi eventi e rivolgimenti dell’umanità. Il tutto perché lo volevo, il tutto perché mi bastava volere che il mio cuore battesse per continuare a vivere, voler respirare e voler non aver fame, voler non morir di freddo nei rigidi inverni e non crepar di caldo sotto il sole dei terribili deserti nel quale a lungo ho vissuto.

Tutto questo non m’è bastato! Vorrei morire per poter finalmente scorgere un significato da attribuire a tutto quello che ho esperito e sono stato ma…ma…ecco la mia condanna, ecco la mia codardia che non mi fa abbandonare questa vita che continuo tutto sommato a volere a tutti i costi.

Sono in eterno condannato a decidere circa lo spegnersi del mio cuore. Chi di voi avrebbe il coraggio? Chi potrebbe esser capace di non voler più vivere?

Eccomi dunque, eccomi nella mia miseria più profonda: ho varcato un limite che in quel terribile momento di delirio che vi ho descritto, immaginai frapposto tra ME e LUI, un limite alla mia libertà, l’ho varcato e mi sono ritrovato al di la di esso, in una zona che m’era apparsa ampia e luminosa ma che credetemi, e non sto scherzando, è buia come uno sguardo cieco in una notte senza né luna né stelle. Non è affatto stata una liberazione quest’azzardata mossa, questa volontà di scavalcare questo limite postomi. Ecco tutta la mia abbietta miseria!

Ho abitato per secoli una prigione che ho costruito e addobbato d’oro e d’argento con le mie stesse mani, mettendole sul mio cuore, sui miei polmoni e…e su tutta la mia vita.

Voler vivere per non morire o vivere per poi morire? Badate bene la differenza è grossa e sostanziale e, amare sono le conseguenze di una scelta azzardata. Amare come una vita vissuta solo attraverso lo sguardo della lente opaca d’un asfissiante impegno a sfuggire ad una morte per altri naturale. Cosa avrei dovuto fare?

Mi son ritrovato a voler lottare ogni giorno, ogni ora ed ogni istante con: -“Se smetto di volere muoio”- quest’assordante pensiero e insalubre pratica di vita e…ahimè, quanto vorrei morir senza volerlo.

UNA NOTTE

NELL’EPOCA DELLA TRASFORMAZIONE

di Gianluca Paletta

Continua a essere notte

Continuo a scrollarmi il buio dalla pelle

E dalle mani

C è un odore rancido che sale

Un vento che sbatte

Una puzza di merda che marcia infestandomi le tempie

È notte

O meglio una notte nell’epoca della trasformazione

Dove scrivere è avere l’immagine nelle orecchie

Immagine braccata dal cervello che notoriamente sgomita

con seni di soubrette e un culo di un porno

nel centro delle nostre terminazioni nervose

immagine ancora una volta braccata da me e

Dalla gente che vuole o non vuole il reale

Farmaco di terapia intensiva

°

La parola è un lontano romanticismo

e la fuga non è più una vicenda da treno merci

Ma un aspro rincorrermi dal piede calloso alle natiche dischiuse

Dal dente spigoloso che strappa all’occhio che

Mette in scena due personalità sovrapposte

Su questo si potrebbe scrivere una sceneggiatura universale

Delimitando il sogno a una voragine divisa

E ombrosa

Mescolando il buio celinniano

All’immagine dell’ Io-me su una sedia

Che muovo il braccio all’infinito

Che scruto tette e culi all’infinito

Che tremo all’infinito

Che siedo all’infinito

Aspettando che qualcuno venga

E prema il pulsante

Continua a essere notte

continuo a scrivere poesie

Continuo a scrivere storie

Di gente che parla

O che ha parlato

Che infila chiavi nelle serrature

Che sale e scende le scale

Piegandosi

Quando è stanca

Persone vittime di un percorso

Persone che spiano

Due volte il passo di una donna

Persone che guardano il metallo

E le sue forme invasive

persone che leggono

O che in passato hanno letto

poesie

lente e sotterranee

Nelle notti

Di una notte

Nell’epoca della trasformazione

HAIKU

di Andreina Razzano

Sulla bocca:
gocce acre,
sidro in lacrime col sorriso.



All'ombra di crisalide
spiragli di luce
in cieli sempre più neri.


Ho visto luci danzare
e magnolie crepare
nelle arcate finestre
del nulla.


Fiori semplici
sono ancora il mio silenzio
che solitario
è crollato a valle nel fiume.

Ho dipinto alberi diamanti
su di una luna chiara
per niente generosa.


Blunotte:
cadesti nel mio seme
tra fango e peonie
sotto acque di primavera
e impronte lungo il giorno.

28/10/2004

di Mario Musella

Misera

la giornata trapassa

al limitare del lirico tramonto

La mia domenica non è provinciale

ma

squallidamente periferica

Le strade vuote / gli alberi tristemente

in fila a colloquiare

e di lontano una tenue eco

no-non più di organetto

ma di autoradio

solitamente sintonizzata sulla frequenza

del calcio-minuto-per-minuto

Ogni tanto il timido trambusto

d’una solita famigliola borghese

all’arrivo abituale dei dolciumi

o il fragore tossico per l’ennesimo goal!

Quant’è lontano il sabato cittadino

e il paradiso mattutino dello sporting-club

E tutto questo – un tempo – fu motivo di poesia?

A me – signori! – resta

la disillusione della partira non-vinta

il guard-rail grigio e metallico della tangenziale

la pesantezza di stomaco domenicale

&

una flebile compassione

STRANA POESIA D’AMORE

di Gianluca Paletta


È notte

l’uomo si trasforma

Cambia faccia

In due tocchi di pelle eretta

Pensa di poter essere l’unico a scrivere

Poesie d’amore

Ce ne saranno altri che si divorano

Toccandosi il cazzo e l’amore

Ma l’uomo non vuole saperne

È testardo e desidera stringere tra le mani

quel tanto di amarezza che lo inchioda

a una sedia

sa di essere due

e due figure potrebbero essere me

ma l’uomo si è alzato un sacco di volte

dalla sedia

non sa cosa scrivere

l’uomo non sa e basta

niente domande

sarei capace di irrigidirmi e scappare

scovarmi con qualche parola d’amore tra

le gambe e a quel punto

potrei anche lavarmi i denti e

inspiegabilmente piangere

potrei (gran bella parola)

canticchiare il mio blues delle 2 33 del mattino

potrei chiamarti amore

potrei ingannarmi e sorridere

potrei sedermi sull’asfalto e non dire niente

immobilizzando il viso tra le natiche di una città pelosa

una città che è un cane che vuole un osso e due strofe di trionfo

(POTREI)

potrei dirti amore ho mandato dei fiori

in una piccola scatola di legno

e non farlo mai

POTREI

una parola magica che si illumina

quando viene pronunciata

È un codice di belle fughe all’inferno

un alzarsi e andare a zonzo

Un sbavare lamentarsi

Un arrivare quando tutto è gia stato sbrogliato

Da altri

Potrebbe è un divorarmi all’istante

è un azione non compiuta

Un tanto di talento buttato nel cesso

È un accenno a qualcosa che viene edificato

È il dubbioso scorazzare di occhi

Nel bel mezzo di una fitta che non crea dolore

una faccia mostruosamente informe

Che dice e non dice

POTREI

È un amore o cosa

potrebbe anche essere niente

Potrebbe essere ancora una volta l’occhio

Sul baccano di due volti inchiodati al telefono

(POTREI)

Una parola che in amore conta giusto l’attimo

In cui viene formulata

POTREI…..

Il mio blues delle 2 33 è andato oltre

Le mura che mi circondano

Oltre questo discorso di uomini

Che scrivono e si innamorano

Oltre la mia stessa idea di scrivere versi d’amore

non volevo

Forse non avrei dovuto farlo

Ma Il teatro è ancora caldo di occhi

E nonostante la folla sia andata via da un pezzo

Resta ancora un tanto di poeta

su molte delle mie lingue a penzoloni

cazzo resta ancora un tanto di poeta

un tanto di questo mio sesso nei pantaloni

Un tanto di queste mie mani bagnate

E di questa mia pelle Eretta

Me stesso come sempre come mai

di Delio Salottolo

nudo nutrito

nero bianco

biondo beato

bene male

vivo

muoio

opaco onorato

sputo sulla mia terra

follia

per

una

notte

senza senso

In pubblico

di Fabio Rocco Oliva

Cascata, fiumana sgombra,

Non tornerò mai spremuto, se non soffoco

Davvero? Davvero zoppico!

Fili intrecciati in cadenza Insistente, l’offesa

D’istanze di morale conchiusa di morbidezza.

Per fare cosa si dovrebbe che cosa assistere? Volteggia un taciturno oblio

Oggi, che ho scelto un bel vestito di cotone e canapa che

non riesco a vedere e toccare. Dimenticando

Dove ero e come ero vestito Si manifesta palesandosi come

Il labirinto più folle una qualunque sembianza fagocitata

pubblicamente

Il deserto, di colui che alveava in un

peggioramento, irrisorio sogno d’afferrare e

non capisco se mi muovo. non distinguo se non me.