Visualizzazione post con etichetta laboratorio autonomo di letteratura N.2 gennaio 2005. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta laboratorio autonomo di letteratura N.2 gennaio 2005. Mostra tutti i post

Il nostro cuore[1]

di antonio triente

Si divertivano, tra gli altri, a scambiarsi dei piccoli e vaghi cenni. Nessuno sapeva di loro due. Si intendevano con ignoti ammiccamenti – lo sguardo di lei grande e brillante. Sfiorarsi, o bere dallo stesso bicchiere evocava la loro svelta passione; e una mano ben nascosta che stringeva un braccio poteva riscaldarla come un abbraccio.

I suoi baci non erano come quelli che lui aveva già saggiato dalle cedevoli labbra delle altre donne che aveva conosciuto – da vicino, s’intende. Non si incontravano pacificamente, i loro baci. Con la sua lingua era una lotta ogni volta che le bocche si afferravano ad amplesso: dura, ruvida, dominante. Forte. Forte di una passione atavica che calcava la di lui bocca fino a farlo soccombere nell’estasi di quell’abbraccio orale. Nessuno l’aveva mai baciato così. Forse, nessuno l’aveva mai baciato. Si sentiva piacevolmente sconfitto da ogni suo attacco, e, insperata, subito dopo la dolce lotta, una profonda e robusta tenerezza lo cingeva: le sue splendide mani – donne anch’esse, avrebbe detto – lo sfioravano. Leggere. Ma decise.

Ma era tutto un gioco. Ammiccamenti baci incontri segreti. Ogni gesto andava via, trascinato nel vuoto dall’attimo in cui era compreso; e sappiamo quanto sia parsimonioso il tempo quando è fatto di attimi: non più tempo, ma già fine.

E già fine fu una sera, quando si videro per un ultimo bacio che non fu dato, ne’ ricevuto. Gliel’aveva promessa, quella fine, sin dal primo momento – non sembrava vero che quelle stesse labbra potessero modellare così truci sentenze; ma a lei piaceva così: non riusciva a serbare le sue crudeltà e con onesta angoscia lo graffiava con i suoi propositi. Per qualche tempo, non si lasciò sfuggire una sola occasione per dirgli che con lui, nonostante tutto, non avrebbe fatto l’amore. Mentiva, naturalmente. Ogni volta, poi, che aveva luogo il loro convegno segreto, lei, ironica, motteggiava decisa una frase: “Ancora un giorno, visto? Ma un giorno non è mai come quello successivo”, come a dire che gli aveva concesso un ultimo grande dono. Scherzava... naturalmente… Ma non voleva sentirsi ossessionata dall’attaccamento di quello che si definisce un fidanzamento, inoltre, erano sempre stati d’accordo riguardo alla fugacità del loro rapporto. Era assorbita dai suoi pro

getti e dal desiderio di un uomo, un altro uomo, uno che la sconvolgesse realmente e che forse, in verità, era rintanato nel passato, più che libero nel futuro.

Da parte sua, lui, pure l’aveva attesa ogni giorno quella fine, paziente come la donna che aspetta il suo bel marinaio al cimitero dei naufraghi, ma questa lo prese lo stesso alle spalle, contenta di averlo burlato.

Ora tra gli altri erano semplicemente altri, che si incontrano, parlano e ridono anche, ma senza sottintesi, se non quello dell’impegno di dimenticare tutto ciò che è stato. Ogni gesto comune aveva perso ormai il valore evocativo che pure aveva avuto; e se si sfioravano era solo per distrazione. Almeno per lei, che ostentava la sua improbabile sicurezza, ma fuggiva lo sguardo di lui che troppo spesso ancora indugiava sul suo volto.

Si decise a non pensare più a lei. Il loro attimo era passato e la rappresentazione del passato non doveva più pesare. Mantenne pochi contatti e, nei primi tempi, scappò dalla città ogni volta che gli si presentò la possibilità di farlo, senza ammettere, nell’intimo, quale fosse la causa reale dei suoi viaggi. Si tenne a distanza da ogni possibile ricordo che potesse assalirlo, per evocazione. Intrattenne anche delle relazioni con altre donne e restò coinvolto a lungo in una di queste storie.

Poi, una sera come tante, in un bar del centro, i due si rividero. Lui teneva la mano ad una ragazza, e gli “altri” con cui stavano non erano più quelli cui si mescolavano, i due, fingendo indifferenza, al tempo della loro breve e travagliata passione. Riuscì ad allontanarsi dal gruppo, con una scusa. Lei, sola, beveva qualcosa in un angolo angusto di quel locale – nei suoi occhi riverberava il tonfo di una malinconia che li appesantiva. Parlarono per un po’, nascondendosi a vicenda, con troppa evidenza, quello che era stato. Lei soprattutto ostentò noncuranza, come se non fosse partita da lei la telefonata che lo invitava in quel posto, “tanto per vedersi un po’”. “Sì, vieni con lei, non è mica un problema”.

Poi lui, chiamato dagli amici, andò via.

Lei no.

Rimase lì, a guardarlo mentre partiva.

Percorse un buon tratto di strada, prima di mollare tutti lì e correre in quel bar, nel quale aveva da poco lasciato quella donna, sola, in un angolo. Non amava più nessuno e voleva gridarle tutto l’odio accumulato da che questa scoperta fu in lui. Ma lei non era più lì, e di certo non era a lui che pensava – si disse, irato. Girò a lungo, prima di trovarla: la vide entrare in auto, sempre da sola. La bloccò con la tenera violenza che mai aveva usato con lei. Un brivido le salì la schiena; volle reagire a quella presa, ma vi si abbandonò, col proposito di non perdonarla. I loro sguardi, violenti, si compenetrarono, entrambi risentiti. Si baciarono. La lotta ancora. Feroce. Mortale. Appoggiati su quell’auto si respinsero e si afferrarono, con passione cruenta. A lungo.

Stanchi, poi, come lo si è dopo l’amore, si rilassarono, avvolti l’uno nell’altro, stretti tra l’auto e la base bianca di un campanile: ansimanti, si guardarono con occhi ancora più profondi, ma ora indulgenti. Ancora un bacio. Lieve. Un respiro. Lui sorrideva, malinconico, sembrava aver appreso qualcosa.

- Un giorno ancora…

- Sì, ancora un altro… – le rispose ansimando.

- E un altro ancora – rise lei, timida – . Poi, domani...?

- Domani aspetteremo la fine.



[1] Notre coeur è il titolo dell’ultimo struggente romanzo di Maupassant, pubblicato nel 1890, nel quale abita il più profondo sentimento dell’impossibilità di amarsi veramente. Sicuri che Maupassant non si starà “rivoltando nella tomba” – ché se qualcuno potesse fare una cosa simile di certo non vi ci si farebbe mettere nemmeno, in una tomba –, abbiamo voluto adottare questo titolo in omaggio a un grande Maestro e al suo estremo romanzo – estremo in quanto ultimo, ma soprattutto in quanto punto apicale di una forza malinconica mai così intensa nella sua poetica –, del quale si può trovare più di uno spunto, narrativo ma soprattutto sentimentale, in questo breve e misero racconto, che forse qualcuno potrebbe addirittura definire una cover, ma che in realtà, come facilmente constaterebbe chi volesse osare il confronto, è ben lungi dall’esserlo.

Variazioni sul tema

di antonio triente

Tema

Suicidio in auto. Un salto di speranza.

Variazione n° 1

Stava lì, quindi. In quell’abitacolo sospeso tra le rocce e l’aria. Di fronte a lui saliva il fianco di una montagna; lo guardò un attimo mentre sprofondava: tutto si moveva vorticosamente. Soffocò lo scoppio di un pianto inutile. Una nota stridula.

Non doveva essere lì.

Sentì che doveva chiedere perdono a qualcuno per una qualsiasi cosa.

Variazione n° 2

Stava lì, in quell’abitacolo, come sospeso tra le rocce e il cielo. Di fronte a lui si innalzava, fiero e rude, il fianco di una montagna. Lo guardò, mentre si accorgeva di sprofondare nel vuoto. Tutto si moveva vorticosamente. Soffocò con forza lo scoppio di un pianto inutile, un rumore stridulo: forse non avrebbe dovuto essere lì. Sentiva di dover chiedere perdono a qualcuno – era sempre stato un cattolico nel profondo. Ma ormai era tutto finito.

Variazione n° 3

Alla prossima non c’è il guard-rail – pensò, mentre notava che il cielo era plumbeo, come nel giorno in cui era nato. Sua madre glielo diceva sempre: era una giornata freddissima di Novembre, ma non pioveva. Gli venne in mente il suo vecchio prozio, l’aveva conosciuto da bambino, aveva il suo stesso nome, per questo era stato il suo nipote preferito. Quando morì, forse, non se ne accorse nemmeno.

Si scoprì quasi sorpreso da questi pensieri, ma non più di tanto – Forse è così che si pensa quando si va a morire.

Ma la curva era ormai vicina, già la intravedeva. Calcò il piede sull’acceleratore, un’altra macchina passò nella direzione opposta alla sua. Si sentì quasi in imbarazzo… ma “ancora questi pensieri!”. Ormai c’era, andava veloce e aspettava a denti stretti che la curva passasse sotto di lui, con un balzo. Pausa. Era alle spalle, ormai. Lo stomaco sembrò ritrarsi su se stesso.

Variazione n° 4

In fin dei conti non avrebbe potuto far di meglio. Certo! Quella strada che si arrampicava sinuosa sui fianchi della montagna era la sua soluzione. Finì di lavarsi i denti con la solita cura, per poi guardarsi, con una smorfia, allo specchio. Si soffermò sulla sua immagine riflessa, ne percorse i contorni: aveva dei punti neri sul naso, non era mai riuscito a toglierli tutti. Poi, esitando un po’, posò lo spazzolino con cura. Si vestì, quindi, facendo attenzione a non sgualcire troppo i pantaloni, mentre arrancava per indossarli. Nemmeno vestirsi era così facile.

Ristette, poi, sulla soglia di casa, quando stava per chiudere la porta, con la chiave. Pensò alla lettera che finalmente aveva tirato fuori dal suo scrigno e aveva messo in bella mostra sulla sua grande scrivania di noce. L’aveva scritta da tempo ed ora era arrivato il suo momento. La pensò come un attrice al debutto.

- Chissà chi la troverà… Forse dovrei correggere qualcosa – pensò, mentre riponeva le chiavi nella tasca del pantalone. Poi si voltò di colpo, meccanicamente, e andò deciso verso l’auto: i suoi gesti non seguivano il flusso roboante dei pensieri che gli si affollavano nella mente.

- Chissà… – si ripeté più volte.

Ormai era sulla strada e la sua auto seguiva con precisione tutte le curve e i tornanti, che salivano sempre di più tra le montagne. Alla prossima curva non avrebbe trovato il guard-rail.

Gli avvoltoi

di fabio rocco oliva

Faceva caldo quel giorno, il sole picchiava forte su tutto il deserto, non un’anima, nulla, nessuno osava perdersi in quel posto e le poche rocce disseminate a caso trasudavano dolore, si lamentavano, così come gli avvoltoi in cielo. Già gli avvoltoi. Gli unici a restare in volo, ad abitare il deserto, a rendere movimento ad una fotografia infuocata. Il bisogno di cibo, di una carcassa su cui gettarsi e mangiare, questo e solo questo, era l’istinto che li costringeva a sorvolare quell’inferno. Controllavano il monte vicino al deserto, solitamente un buon posto dove sfamarsi, e giravano in circoli, veloci e affamati.

Nella città vicino al monte tutto procedeva come sempre: i mercanti urlavano la qualità della loro merce, bestemmiavano il sole per l’eccessivo calore e per distrarsi cantavano, facevano baldoria, bevevano qualsiasi cosa per rinfrescarsi. Le donne, invece, più caste e pudiche, trasportavano litri di latte fresco per i figli, lanciando un’occhiata alle cianfrusaglie sparse ovunque. Quei piedi scalzi alzavano polvere, molta polvere, perché la strada era soltanto sabbia e bruciava violentemente. Nessuno osava soffermarsi a lungo in un posto, il calore rendeva tutti stancamente frenetici, diventava un obbligo muoversi, una sopravvivenza forzata. Di questo sicuramente gli avvoltoi ne ridevano e volavano, volavano.

Alcuni, i benestanti del posto, erano riusciti a costruirsi dei giardini rigogliosi d’alberi e frutta, altri, i più furbi, potevano vantarsi d’avere anche un pozzo, estremo bene di lusso e se lo tenevano ben nascosto, come un segreto in casa, mentre fuori i cani s’accasciavano per l’arsura e avrebbero sbranato Pilato in persona per un po’ d’acqua. Ma non tutti soffrivano, non tutti affannavano, i bambini per esempio; quelli si trovavano una piccola stradina all’ombra, dove non era possibile alcuna attività, dove non si potevano guadagnare soldi, e l’unica cosa possibile era proprio quello che facevano i bambini: disegnare con un ramoscello misteri d’ortografie, accovacciati l’uno vicino all’altro. I loro genitori che non avevano meglio da offrire, erano costretti a tenerli per strada, e intanto sognavano giardini, ci figuravano la vita in un giardino. Alcuni ne avevano visto uno e raccontavano storie meravigliose: amanti sotto l’ombra di un albero, uomini a discutere d’affari, banchetti e musica. Chiunque ne avesse avuto uno lo avrebbe reso, di certo, il giardino più bello di tutta Gerusalemme.

Intanto, gli avvoltoi non ne volevano sapere di scendere, non vedevano nessuna carogna da mangiare e il monte, sorreggeva solo croci vuote e nient’altro. Allora non restava altro da fare per loro che volare e osservare i giardini, e attendere il momento migliore. Sapevano benissimo, però, di non potersi aspettare un buon pasto da tutti i giardini, infatti, uno solo, proprio ai piedi del monte delle croci, non offriva nulla di buono: solo foglie secche e alberi morti. La vita, per loro, come ogni abitante della città di Gerusalemme, era altrove, non lì. Nessuno osava soffermarsi e a nessuno saltava in mente di scoprire chi abitava quel giardino. I bambini erano stati educati a starne alla larga e a non curiosare, così come i mercanti avevano perso la speranza di poter vendere qualcosa in quella dimora abbandonata alla decadenza. Tra le foglie secche, la polvere e il grigio consumato delle mura, qualcuno nonostante tutto ci viveva.

C’erano pezzi di legno abbandonati e sparpagliati ovunque, chiodi arrugginiti, martelli rotti, tutt’intorno ad una sedia in legno, l’unica cosa sulla quale valeva la pena soffermare lo sguardo, poterci immaginare qualche forma di vita, una storia, un’avventura. Ma solo su quella sedia, perché una donna avvolta in una tunica nera, composta, con la testa china racchiusa in un cappuccio anch’esso nero, sedeva come fosse una statua. Sembrava guardasse le proprie mani che aveva strette tra le cosce, mentre numerose foglie secche le circolavano intorno. Non poteva uscire dal quadrato del suo giardino e tuffarsi nelle aggrovigliate strade della città di Gerusalemme, era costretta in quell’angolo di mondo dal Monte Calvario, immenso che le sbarrava la strada verso il deserto. Il suo ricordo s’era trasformato in quella montagna, ed era diventato allo stesso modo pesante e immutabile. Lei sembrava non curarsi di nulla, nemmeno degli avvoltoi. Prese a stringere la veste con le mani tremanti, osservò quelle mani. Adesso erano rinsecchite, le vene gonfie rendevano la pelle carta stropicciata, le unghia rotte erano cadenti. Se le guardava adesso ricordandosele bianche e splendide. Non seppe che farsene di quel ricordo e lo accantonò, quelle mani le dicevano che il tempo era trascorso e ne era trascorso tanto dopo quel maledetto giorno e a lei spettava solo l’impossibilità di muoversi e l’attesa, seduta su quella sedia che era l’ultima cosa rimasta integra dopo che le guardie di Pilato entrarono in casa sua a distruggere ogni cosa. Lei era proprio su quella sedia quel giorno, come lo era adesso, e assistette alla furia delle guardie romane incitate da un folle centurione.

Quel centurione era Marco l’Ammazzatopi, un gigante, grasso e con il volto sfigurato dagli innumerevoli combattimenti nelle arene contro i leoni, e per i campi di battaglia contro altri ammazzatopi. Cicatrici e bestialità avevano reso quel centurione un sadico, disinteressato al fine delle sue incursioni, interessato soltanto alla scelta della modalità più perversa per distruggere tutto ciò che gli capitasse sotto mano. Era una furia, un demonio in terra. Quando entrò nel giardino, quel giorno, non badò a nulla solo a distruggere e a calpestare ogni cosa, dimenticandosi di dover trovare qualcosa, qualche prova per incriminare il figlio di quella donna. Lei restò seduta su quella sedia per tutto il tempo del saccheggio e oltre, paralizzata, tranne un giorno o due: quando seguì il figlio verso la lunga via che porta al Calvario. Solo quel giorno s’alzò e valse per tutti gli altri giorni non vissuti.

Si promise di non mettere più piede per le strade di quella maledetta Gerusalemme, non voleva correre il rischio di ripercorrere quella strada. In realtà ogni strada le ricordava quel giorno, ogni persona era un’unica persona, anche i bambini, tutti indistintamente erano la folla indemoniata che quel giorno insultò suo figlio e lo portò al monte delle croci. Era stata in giardino a sistemare, a rassettare le ultime cose, a cibare le colombe, seduta su quella sedia. Adesso il sole trapassava il vetro delle finestre, segno che s’avvicinava il pomeriggio, e la donna si sentì anche lei trapassare lentamente dal sole, da quella luce. Ebbe caldo, ma tutto svanì nel nero della sua tunica.

Poi, improvvisamente, gli avvoltoi cominciarono a folleggiare per tutta Gerusalemme, urlando e scalpitando, avevano fame e non avrebbero atteso a lungo. Un vocio infernale s’accumulava per le strade, i bambini furono nascosti, i mercanti chiusero in gran fretta le botteghe, i musicisti misero a riparo gli strumenti e tutti corsero verso la strada principale che si distendeva lungo tutta la città per giungere al Monte che inghiottiva il corpo d’Adamo (questo lo ricordavano solo pochi anziani, per tutti era il Monte delle Croci). Le voci entrarono nel giardino della donna riscaldandola più del sole, facendole ribollire la sensazione di ricordi assopiti nella sua solitudine. La gente correva ed urlava per le strade, ognuno voleva essere in prima fila per assistere allo spettacolo, gioivano, si muovevano con enormi otri di vino e quelle voci… erano troppo assordanti e stridule: non aveva senso suonare, alla musica ci pensavano i romani con il loro metallo, le pinze, le fruste.

Tra la folla spiccava l’Ammazzatopi, con la lancia, il martello e un mantello rosso sangue e rideva come un ubriaco. Tutti lo incitavano, lo conoscevano ormai da anni, era temuto e rispettato in tutta la città e nei dintorni: al suo passare più timore che se passasse Pilato o Erode. Era decisamente l’attrazione di quel giorno di festa. Giganteggiava su tutti, col suo cavallo bianco e il gatto nero. A caso lanciava frustate, sputando addosso a tutti. L’abitudine a quella figura non aveva affievolito il timore della folla ma anzi lo accresceva, ora la curiosità divampava, tutti volevano vedere adesso cosa si sarebbe inventato quel centurione. Pensavano, dopo l’ultima volta che lo avevano visto all’azione, che gli era impossibile progettare qualcosa di più orribile. Ma Marco l’Ammazzatopi riusciva sempre a meravigliarli tutti con estrema facilità. L’inseparabile gatto nero poi… grosso e con due occhi di brace. Quello faceva più paura d’ogni altra cosa. Correvano storie magiche su quel gatto che scendeva dalla sella e che portava al padrone, ogni volta che tornava, sempre qualcosa di diverso e soprattutto d’appetitoso. Le vittime preferite del gatto erano gli storpi, perché sapeva che non potevano sfuggirgli e che quindi poteva giocarci come voleva. Così se ne stava sul cavallo e osservava i condannati, ma a loro non faceva nulla, quelli spettavano a Marco e agli altri soldati, lui si consolava con la folla.

Gli avvoltoi giravano in cielo sempre più nervosi, odoravano cibo. La folla urlava e per compiacere il centurione ondeggiavano il pugno in cielo, infilando il pollice tra l’indice e il medio. Questo gesto i condannati lo vedevano e se ne vergognavano, trattenevano le lacrime ma il sangue colava a fiotti, mentre la folla urlava a perdifiato per tutta Gerusalemme, cosicché ogni angolo era raggiunto da quelle urla disumane. La donna ebbe un tremito, aprì gli occhi di scatto e pianse.

Quella donna piangeva sulla sedia e da lì poteva vedere benissimo i volti di tutta la folla che incitava, poteva vedere la polvere della strada alzarsi, e sapeva cosa gli avvoltoi aspettavano. Riusciva a sentire la folla urlare, capire a che punto fosse la processione, in che angolo della città si trovassero e cosa sentivano i condannati e le famiglie. Pianse lì, adesso, su quella sedia come nel giorno bestemmiato ogni istante nei suoi ricordi. Come ora piangevano altre donne che salivano a monte e s’accovacciavano ai piedi della croce. Lei pianse sul Calvario tutto il giorno soffrendo il caldo, maleodorando, infastidita dai commenti perversi delle guardie, e si dannava per suo figlio sulla croce. Adesso il cielo s’imbruniva, qualcosa lasciava credere che potesse piovere e un vento s’alzava, non come quel giorno che la città era solo fuoco. Anche ora, come nel giorno della crocifissione di suo figlio, due donne erano sotto la croce centrale e piangevano la povertà, l’amore di dio, la gloria eterna, la ricompensa e la giustizia. A lei correvano lacrime su tutto il vestito e sul seno, inondando il giardino. Pensò di correre verso il calvario ora, ma la pioggia cadeva forte già da un pezzo e non se n’era accorta, e un gruppo di serpenti mansueti erano lì a sbarrarle la porta. Udì un urlo provenire dalle croci, un urlo di un crocifisso che la stordì e ricadde. S’era appena concluso tutto, nuovamente.

In fondo è solo una passione e nient’altro.

Pianse disperandosi sulla sedia e le lacrime coprivano tutto il giardino, le foglie galleggiavano sospinte dal vento. Le donne al monte si disperavano sotto la pioggia e i condannati calarono il capo. Il sangue cadde a terra ai piedi della croce e fu raccolto in un calice fatto subito sparire. Adesso gli avvoltoi diventavano nervosissimi e s’avvicinavano sempre più a quelle carcasse. Maria, una delle donne ai piedi della croce, corse via andando a rinchiudersi in un giardino, dove accovacciarsi e piangere e bestemmiare. Gli avvoltoi quel giorno mangiarono della carne umana dal sapore diverso, e sazi fuggirono verso il deserto, pieni di vitalità! L’altra donna stringeva ancora la tunica tra le mani e pianse lacrime più dure, le sentiva cadere sui suoi piedi e se li vedeva graffiati, erano dure e taglienti, erano pietre rocciose, mentre le ginocchia erano piene d’acqua, per la pioggia, per le lacrime. Anche Maria cominciava il suo pianto, adesso, forte, e per tre giorni pianse senza fermarsi come l’altra donna, sotto il cielo che nascondeva il sole e faceva cadere tanta pioggia. Le loro lacrime presero ad indurirsi e scivolarono nell’enorme masso che i soldati romani piantarono per chiudere il sepolcro dei figli.

Le donne non andarono mai lì a vedere quel masso, pesante e pressate. Il sepolcro era fuori città, dove si vedevano gli avvoltoi scomparire nel deserto.

Un soldato romano era seduto sul masso che serrava il sepolcro, aveva il compito di non permettere a nessuno di aprirlo. Restò ad osservare a lungo tutta la città, immaginando cosa potesse succedere adesso dopo l’ennesima morte nella città santa di Gerusalemme. Si voltò e si rivoltò all’infinito, perdendo ogni volta pezzi del suo abbigliamento e di sé. Immaginava e fantasticava, rigurgitava ogni cosa quell’uomo su quell’enorme masso che chiudeva i morti. Lo accarezzava di tanto in tanto come a chiedergli qualcosa, come se fosse il teschio di tutti i morti del sepolcro. Lo sguardo proteso verso il deserto. Riusciva nel suo tacito lavoro di guardiano, a immaginare vivi tutti i morti, tendeva l’orecchio verso il masso e li sentiva sussurrare ad uno ad uno la loro vita. Non poteva alzarsi e fuggire era diventato lui stesso il masso e quanto dentro fosse conservato. Gli fu chiaro che avrebbe potuto correre all’infinito, ma non gli sarebbe mai riuscito allontanarsi dal minerale immobile. Calò gli occhi da qualche parte, arreso, e finirono per visionare che era solo una passione e nient’altro, che le donne non andarono mai lì a vedere quel masso pesante e pressante – Ammazzatopi – Adamo – maleodorando - gli avvoltoi - le croci - stringeva ancora la tunica tra le cosce - il gatto nero - mangiarono carne diversa - un soldato romano a pezzi.

Chiuse il quaderno che aveva avuto per tutto il tempo tra le mani, con forza. Di fronte a sé c’era solo deserto, sconfinato e giallo. Non c’era nient’altro. Io stesso fui Gerusalemme e Maria? Io stesso fui il Calvario e il soldato romano? E il masso e il crocefisso? Fui io uno degli avvoltoi? Sentì d’essere un enorme segno ortografico. Non ricordava assolutamente perché aveva quel quaderno tra le mani, era sicuro che un tempo erano solo fogli bianchi e nient’altro. Poi successe qualcosa che adesso non ricordava. Era pieno simboli che s’erano poi trasfigurati in immagini nella sua mente, s’erano trasformati in segni reali, s’era trovato egli stesso tra loro. Tutti i morti erano ancora conservati nel masso su cui sedeva e vi scorse altre infinite forme di vita, figure ignote e opache, mostri da fattezze reali. Tutti oscillanti, non fissi, solo ombre che avrebbero cambiato la forma in base alla scelta della luce.

Confusi i morti con i vivi, non li distinsi più. Da quel momento in poi ho sempre l’orecchio teso ad ascoltare le loro storie e a collegare i fili dalla memoria all’immaginazione. Quel masso sono io, e mi stancai d’essere un soldato romano. Vidi gli avvoltoi in cielo che mi offrivano le loro penne, così tesi la mano e n’afferrai una e l’osservai a lungo cercando di decifrarne la simbologia. Gli avvoltoi scomparvero nel nulla e non mi fu più possibile distinguerli con chiarezza, forse perché sono un avvoltoio anch’io, ho bisogno anch’io d’una carogna per poter vivere. Ma non me lo ricordo, non so dirlo con certezza.

Mi sono chiesto per secoli cosa avrei potuto fare con quella penna che gli avvoltoi mi donarono, ma di fronte a me c’era solo il deserto e nessuno mi poté dare una risposta. E per molto tempo ho osservato il deserto che mi inglobava e m’assaliva, non capii che cercava di parlarmi. Ero solo, non c’era uno specchio in cui guardare me stesso dall’esterno. Allora fui costretto a convivere con il deserto. Aprii il quaderno, e vidi che era lo stesso simbolo di quello che avevo di fronte, e vidi ponti e nodi attraversare tutto lo spazio intorno a me, dispiegandosi tra il deserto e il quaderno.

Mi accorsi che avevo dimenticato di ascoltare le voci all’interno del mio masso, così dopo secoli e secoli decisi di riascoltare il mistero degli abitanti del masso. Riguardai la storia della crocifissione e mille voci, di me e dei morti, mi dipingevano ponti e nodi. Mi rallegrai della potenza dell’immaginazione.

Mi ritrovai, mio malgrado, dopo ancora molti secoli, impedito nei movimenti per aver accumulato, questa volta, troppi nodi e ponti. Decisi di scioglierli e cominciai a catalogarli, a cercare di afferrare qualche nodo e liberarlo. Li tastavo e non potevo fare a meno di constatare che erano lì da un pezzo, e che adesso avevo deciso di renderli visibili. Mi trovai con uomini illustri e famosi, mi imbattevo in discussioni animate sul destino di altri uomini che volevano entrare in altri destini. I ponti nel deserto mi consentivano di viaggiare velocemente e agevolmente nel tempo e nello spazio, facilmente mi spostavo dall’america latina all’egitto, e reputai opportuno creare un punto fisso dove poter cominciare a catalogare i nodi del tempo. Mi recai a Betlemme e lo scelsi come punto 0. Decisi la nascita di un bambino avvolta nel mistero come punto di riferimento, v’inventai una grotta, lo feci morire dopo non molto tempo. Mi era stato necessario solo per trovare un inizio, poi mi figurai un masso e il destino di mille storie che erano fili intrecciati e ponti. Mi fu così possibile, grazie al punto 0, muovermi con un punto di riferimento. Ricordo che mi rallegravo per aver inventato una storia che potei datarla lunga un paio di millenni.

Vagai nel deserto, ancora con il mio masso, a cercare di sciogliere nodi e vedere dove portavano i ponti. Rividi gli avvoltoi e mi ribadirono che la loro vita era legata alla morte e al dolore. Li rividi mangiare ancora dei morti, e rividi ancora donne piangere. Non compresi subito perché le forme di quella processione erano diverse dalla prima processione a cui assistetti, eppure tutti gli elementi erano uguali.

Intesi tutto e andai lontano. Vagai ancora, e nel buco che avevo fatto al mio masso (ricordo che era un secolo in cui non accadeva nulla, ero annoiato e arrabbiato e me la presi con il masso), vidi quella storia trasformarsi infinite volte. Si allargava e restringeva, mutavano i nomi, mutavano i luoghi. I ponti erano sempre più agevoli e potevo muovermi ancora con velocità tra un secolo e l’altro, tra una regione e l’altra. Mi accorsi che ormai i miei piedi giravano in circolo, che avevano sempre girato in circolo. Non c’era via d’uscita, nonostante i secoli passassero e mi muovessi su infiniti punti di una circonferenza, non ero mai riuscito a poggiare i piedi sullo stesso punto. Tutti i punti hanno lo stesso odore e la stessa consistenza, lo stesso colore e la stessa storia, tutti i punti sono diversi tra loro. Esistono infiniti punti, infinite combinazioni di punti nella circonferenza del deserto, mi risultò impossibile distinguerli. I nodi e i ponti mi apparvero come punti della circonferenza.

Mi sedetti, stanco di immaginare e cominciai a ricordare tutto quello che avevo fantasticato. Ero solo e ciò mi spaventò, mi sentii solo e non vidi più altri segni ortografici per molti secoli. Allora sul sasso mi ritrovai ad osservare il quaderno e la penna d’avvoltoio. Volevo fermare i segni sul quaderno per paura di morire, per potere costruire lo specchio in cui osservarmi. Allora lasciai scivolare la penna d’avvoltoio sul bianco del foglio, ma non succedeva nulla, si intravedevano solo delle strisce trasparenti. Provai e riprovai innumerevoli volte. Durante i lunghi viaggi tra una regione e l’altra, tra un secolo e un altro secolo, avevo smarrito l’inchiostro. A dire il vero lo accantonai in un qualche luogo in un tempo che non posso ricordare.

Mi guardai intorno e c’era il deserto. V’immersi la penna e vidi che colava inchiostro. La storia è una combinazione di segni ortografici, di ponti e di nodi. Ogni attimo è una storia di segni che si costruiscono. Ogni segno che rappresento è il vestito di un’infinita serie di nodi e ponti che abitano il deserto. Il deserto è popolato d’infinite combinazioni di ponti e nodi.

Alle 6:44

di delio salottolo

I

‘Ma che bel pezzo di figliola’ gridava grasso il dott. Tronchese.

Il suo volto molle e burroso si contraeva in continue smorfie. La stanchezza e la libido lo fiaccavano e lo rendevano ancora più indecente. Un personaggio così in vista, un uomo che -permettete- si è fatto da sé ridotto così: con la camicia sbottonata, i capelli scompigliati. Poche persone possono dire di averlo visto in quello stato indecoroso. Lui, il dott. Tronchese, che amava apparire, che amava la posizione che si era conquistato con una volgare ma educata ascesa sociale. Lui, il dott. Tronchese, grasso e simpatico, si trovava in una situazione inaccettabile. Si trovava a camminare in una strada che sicuramente non aveva mai visto prima, ma nonostante ciò gli era realmente familiare. E poi vi era quella fanciulla, delicata e gentile, eterea e sorridente che sfuggiva con una grazia morbida e vellutata alle avances; non che ci volesse molto a sfuggire a quell’uomo grasso di sé e pieno di ogni ingordigia. Sfuggiva ma con un fare particolare. Faceva avvicinare l’esimio, poi con uno veloce scatto felino si allontanava nuovamente. Tutto ciò non faceva che aumentare la libido del nostro dottore. Che affannava e sudava; era costretto a fermarsi, a riprendere fiato. A permettere al sangue di fluire tra i vari cumuli di colesterolo che ingombravano le vene e le arterie.

La situazione, quindi, era strana. E, chiariamoci, un personaggio del ‘calibro’ del dott. Tronchese non si sarebbe mai potuto permettere di inseguire una fanciulla tanto delicata. Era solito, però, puntare i fari sulle donne esotiche e sempre straniere che era solito scegliere su uno dei marciapiedi da lui preferiti. Il palcoscenico dell’amore aveva per lui un volto esotico e illuminazione da bidoni bruciati.

Il dott. Tronchese non si sarebbe messo ad inseguire quella delicata fanciulla, o a gridare in quel modo se non fosse stato in un sogno. Il suo rango conquistato con tanto ‘sudore’ glielo vietava. Di fatto, quindi, il dott. Tronchese si trovava a letto ma sognava una bella ragazza.

‘Vieni qua’ continuava volgarmente.

E rimaneva stupito del fatto che quella donna non avesse un viso definito o perlomeno lui non riusciva a fissarlo e a descriverlo. Notava solamente un ghigno non feroce forse appena malizioso; poteva sembrare anche una provocazione. Prese a correre. La inseguì. Per molte strade. Alcune gli sembravano quelle che era solito percorrere con la nonna, quand’era bambino. La nonna, forse l’unica donna che lo avesse amato. Altre gli ricordavano paesaggi dell’adolescenza, altri viaggi fatti nella maturità. E le strade che attraversava si trasformavano di passo in passo. Veniva scorto da volti familiari ed unici. Gli si paravano dinanzi persone che aveva incontrato nella sua vita. Colleghi, amici, in generale tutte le persone che aveva costantemente tradito. Il sudore lambiva la sua fronte. Il cuore sembrava affaticato. Lei sembrava ora più vicina, ora irraggiungibile. Con un ultimo sforzo, però, la raggiunse. Il cuore e il pene sembravano stare per esplodere. Le strappò quel velo di dosso e rimase violentemente colpito dalla perfezione di quei glutei marmorei.

Il cuore del dott. Tronchese si fermò dopo un lungo sussulto alle 6:44 del giorno 3 novembre 2004.

‘Cosa mi succede? Non riesco a respirare’. Il poverino gridava aiuto.

Credeva di gridare aiuto. Lo sforzo alla ricerca della bella donna, quella corsa affannata, avevano debilitato il suo cuore malato. Cominciò a piangere. Non riusciva a capire se ciò che provava era del sogno o della realtà. Sentiva quel calore feroce salire dal braccio sinistro e invadere senza pietà il lato del cuore. Non rivide la sua vita come in un film. Assolutamente. Ripensò a quegli occhi che stroncarono ogni sogno da adolescente, ripensò a quello che aveva fatto per quarant’anni. Fu un attimo. Il pensiero fu capace di dilatare il tempo e i particolari si fecero più chiari. Il cuore cominciava a fermarsi. Il cervello non era più irrorato continuamente dal sangue che pretendeva. Il pensiero si annebbiò. –…Ho gettato tutta una vita a fare l’imperatore in un misero sottocentro C.A.F….-. Questo, forse, fu il suo ultimo pensiero. No: fu la consapevolezza certa ed ineluttabile che la morte è il punto in cui il discorso si chiude definitivamente. Aveva provato ad allungare quell’ultimo attimo attraverso il pensiero. Non vi era riuscito. Non aveva la forza mentale, non aveva grandezza d’animo oppure soltanto un ricordo che gli permettesse di dilatare l’ultimo attimo prima della caduta. La sua vita stava finendo quel giorno. Inesorabilmente. Senza pietà né rancore. Non chiese perdono per i suoi peccati. Non era stato neanche un buon cristiano. Era convinto, di quella convinzione ipocrita che quella donazione annuale gli bastasse per ascendere all’Empireo. In realtà non si era posto mai realmente il problema. Poverino, morì triste e desolato, come aveva vissuto. Almeno non ci aveva mai pensato. Ora era certo. Era tutto finito. Tutto.

Ed il buio e l’assenza di tempo e spazio lo liberarono da quel fremere ridicolo e convulso che è il corpo che lotta con la morte. E la sospensione della caduta lo avvolse definitivamente senza più alcun appiglio.

II

-Poco fa erano le 6:44. Posso rimanere a letto altri venti minuti. Cosa stavo sognando? Ah sì, il fiume. Che bello che era. E poi, il corso Vittorio Emanuele. ‘Bisogna girare il secondo fiume a destra’. Ma chi è che parla così?- ‘Nuovo agguato di camorra. Il pregiudicato Salvatore Masiello è stato raggiunto dai sicari mentre si recava in pizzeria con la moglie nel rione Scampia…’-Perché accendono la radio di notte?-

Driin. Driin.

Lei si alzò dal letto distrutta. Vide l’orario. 7:20. Capì che doveva prendere il caffé. Era incapace di intendere e di volere. Fortunatamente lo trovò sul tavolo già pronto. Caldo ma non bollente. Un sorso lento e un altro veloce.

Di corsa in bagno.

Quello era il suo momento unico. Era capace di fissarsi per dieci minuti allo specchio. Cercando chissà cosa là dentro. Era il suo momento unico, non voleva essere disturbata da nessuno. Attendeva la mattina soltanto per quel gesto di intimità con se stessa. -E’ il momento di stare sola con Io-. Pensò, poi, a quel sogno nebuloso che l’aveva accompagnata per tutta la notte. A quel fiume. Forse aveva sognato anche il dott. Tronchese, il capo, ma non lo ricordava. -Dovevo sognare pure quel bastardo. Che schifo di mattinata-.

Corse a vestirsi.

‘Dov’è il pantalone?’. –Ah sì, a lavare.-. Metto quest’altro. Il reggiseno. Quello di ieri. -Non ho tempo per cercarne un altro-. Le calze. Le scarpe.

Prese la borsa e le venne a mente di non essersi truccata. Non fa nulla. Tanto…

Da lontano vide arrivare la cumana. E con l’ultimo scatto riuscì a raggiungerla un attimo prima che si chiudessero le porte. Quella delle 8 poi. Fortunatamente sapeva che dal terzo scompartimento scendevano tutti i ragazzini che andavano a scuola. Preso il posto si dedicava alla lettura del suo romanzo. Qualsiasi fosse era un’immersione lontano. Dai rumori. Dalle confusioni. Dalla puzza. Dalla sporcizia. Dalla negligenza. Dalla tristezza. Dalla ripetitività. Dalla corsa. Dalla cumana.

Arrivata in ufficio come sempre in anticipo accese il computer. E si dedicò alle sue telefonate di routine. Chiamò quella che Lei definiva la Vecchia. Quest’ultima avrebbe potuto sentirsi viva soltanto parlando dei suoi dolori e dell’avvicinarsi della morte. Avrebbe potuto sentirsi viva soltanto raccontando della sua solitudine.

Chiusa questa pratica si dedicò alla colazione.

Erano soltanto le 8:19. L’importanza di questa colazione era che –ognuno ha le proprie abitudini- la portava ad andare in bagno. Maniaca dell’igiene eseguiva una pratica complessa. Salita con i piedi sul bordo della tazza, confidando nei muscoli delle gambe oramai potenziati da anni di allenamenti nei bagni pubblici, e dopo sforzi sovrumani, e dopo aver osservato la propria faccia nello specchio di fronte diventar purpurea, finalmente tornava a lavoro.

Percepiva un’aria strana in giro. Mancava l’Altra segretaria. Un silenzio irreale riempiva il suo ufficio. Era certamente presto però… Non ci badò più di tanto e si mise a computer a cercare lavoro tramite internet.

Si fecero le nove. –l’Altra sicuramente starà scopando col capo Perlomeno non si faranno vedere e sarò libera di non fare nulla oggi-.

Ed invece…

L’Altra entrò di corsa, con le lacrime agli occhi dicendo che il dott. Tronchese era morto per un attacco di cuore. Sembrava disperata.

-Lacrime di coccodrillo- pensò Lei. E si stupì di questo pensiero così volgare di fronte alla morte di una persona.

La giornata trascorse nella foschia più profonda. Non una parola le uscì dalla bocca. Non un pensiero davvero reale la sua mente costruì. Entrò in uno stato di torpore che durò esattamente quanto l’orario di lavoro. Benedisse il computer ed internet che le impedirono di pensare per tutta la mattinata.

III

Quel giorno all’uscita da lavoro non fece la solita corsa a casa. Quel giorno si sentiva stanca. Di correre. Troppo stanca per correre a casa. A riposare anche questo di corsa. Sarebbe potuta andare da Lui. Ma non ne aveva voglia. Non aveva voglia di dover fare qualcosa. Non voleva correre e non avrebbe corso.

I suoi passi attraversavano lenti la strada. Si meravigliava di quel suo incedere. Pensava. Pensava a quando era stata l’ultima volta che aveva avuto quella sensazione di leggerezza e calma. Pensava. Pensava a quanta era la velocità che apriva brecce nella quotidianità. Pensava. Pensava al dott. Tronchese e a quale era la smorfia nel punto di morte. O a come lo avessero agghindato per l’ultima apparizione in pubblico.

Cercava di ripercorrere con la mente tutto quello che aveva vissuto che in un qualche modo potesse riguardare la morte. Si rendeva conto che la morte era un qualcosa che Lei aveva sempre vissuto con dolore e partecipazione. Quando L’era morta la vecchia zia aveva sofferto e pianto come non mai. Ricordava quel senso di vuoto e distruzione, quell’infantile rivolta contro Dio e il destino che si erano prese quella persona amata. Pensava a tutto questo. Ma non comprendeva. Per il dott. Tronchese cosa provava? Oppure cosa era giusto provare? Oppure, e ciò Le faceva ancora più male, cosa era obbligata a provare?

Per la strada trovò un bar. Non l’aveva mai notato prima. Era un bar molto piccolo. Intimo. Uno di quei posti che non esistono finché non li si nota per qualche motivo. Uno di quei posti senza storia dove nessuno ci prende appuntamento, frequentato da qualche anziano che non sa come portare a termine il dovere quotidiano nei confronti della vita. Fissò al suo interno lo sguardo, decise di entrarvi per recarsi alla toilette. Poi, però, decise di sedersi a prendere un caffé.

Seduta dinanzi al suo caffé i pensieri le si affollarono nuovamente nella sua testa.

Provò un sentimento di piacere.

Il giorno successivo l’ufficio rimase chiuso per lutto.

In realtà come sappiamo fin troppo bene il lutto verso la persona scomparsa è l’ultima grande ipocrisia a cui dobbiamo affidarci. In realtà, purtroppo, non esiste più l’unicità della persona e del suo ruolo o funzione.

Ben presto sarebbe venuto un nuovo capo, che avrebbe svolto le medesime pratiche, avrebbe portato avanti nel medesimo modo il centro. Tutto sarebbe stato il medesimo di ciò che era prima e di ciò che sarebbe stato poi.

Pressappoco i pensieri di Lei dovevano essere questi.

-Pezzi di ricambio. Ecco cosa siamo realmente-. Pensava Lei che giaceva nel letto immobile. Erano le otto del mattino e Lei stava ancora a letto. Era tormentata da alcuni pensieri. La morte del dott. Tronchese aveva creato in Lei una strana sensazione. Comprese che alla morte non segue necessariamente il dolore. Non riusciva a spiegarsi la sua sensazione. Non poteva piangere, ma non riusciva neanche a gioirne realmente. E le immagini le si sovrapposero. Il volto grasso e ridicolo del dott. Tronchese si confondeva con il pianto dei suoi due bambini. Quei poveri bambini. Che potevano sapere e capire del padre! Il pianto infantile si confondeva con il tocco pesante e volgare della sua mano. Quella mano sempre pronta e attratta da spettacoli corporali. Lo aveva odiato in quel momento.

Doveva venirci a capo per poter essere realmente libera.

Alzò la cornetta del telefono e dopo una breve ricerca sull’agendina telefonica compose il numero. L’Altra, dopo un breve ma intenso conciliabolo con se stessa, decise di ridestarsi, e impugnare la cornetta non tanto per sapere chi fosse quello scocciatore, bensì per porre fine al petulante suono di quell’aggeggio.

IV

Si incontrarono in un bar.

Il bar fu scelto da Lei. Era il bar che il giorno precedente aveva manifestato la propria silenziosa esistenza e aveva accompagnato le sue riflessioni e pensieri. Era un bar, quel bar, realmente inesistente, frequentato, o per meglio dire abitato, da gente inesistente. Gli abitanti erano perlopiù anziani, esattamente gli stessi del giorno prima e del giorno dopo, che non poterono non accorgersi dell’ingresso di due giovani donne, vagamente in carriera, che erano indubbiamente una razza rara in luoghi del genere.

L’Altra, intanto, si guardava incontro e contraeva il viso al ritmo dei commenti borbottati dagli anziani. Si chiedeva come una donna del suo ‘livello’ potesse ritrovarsi in un luogo del genere. Con tutti i bar che ci sono a Napoli! E poi, l’altra cosa che non si spiegava, era il motivo di quell’incontro. Perché proprio Lei le aveva chiesto quell’incontro? Voleva guadagnarci da quella morte? L’Altra non aveva pensato a come girare a proprio favore quella situazione. Si erano sempre odiate. Erano entrate in quella competizione tipicamente femminile. Soltanto le donne riescono a gareggiare ed odiarsi a quel livello. Un rapporto vissuto e visto così dall’Altra. Lei, in realtà, non si era mai interessata più di tanto alla carriera; non sentiva dentro di sé l’idea che lo sviluppo dell’uomo era da considerarsi in base al successo; e che questo potesse giustificare qualsiasi azione. Per questo Lei stava male e non si sentiva adatta a nulla. Sentiva di vivere in disparte. Da sola. In un angolino buio. Cercava semplicemente un svolta, Lei, un lampeggiare nelle radura.

Si sedettero a tavolino.

La recita prese la solita piega. Un copione già scritto. Forse ormai nel D.N.A. di alcune persone. Piangere. L’Altra prese quasi immediatamente a piangere. Ancor prima che arrivasse il caffé. Questo le toccava fare. Non che non fosse sincera nelle lacrime. Una persona semplice piange facilmente, sinceramente e serenamente. La sincerità, però, ha un doppio aspetto; o, forse, esistono due tipi di sincerità. L’uno seppellisce l’altro. Quello più in superficie impone di piangere in determinate situazioni già codificate. E’ un discorso di apprendimento. Ci insegnano sin da bambini a piangere in un determinato modo e, per essere persone accettabili e amabili, in determinate situazioni. L’Altra non percepiva questa imposizione sottile e sedimentata nella sua persona; però si sentiva realmente infastidita per quelle ennesime lacrime che le dovevano sgorgare come da fonte sicura e non riusciva a spiegarsi il motivo. L’altro livello di sincerità, quello più profondo e nascosto impone una sofferenza più complessa e meno compiaciuta. E’ un discorso naturale. Impone un’acutezza di sguardi ed una reale debolezza che sono realmente rare.

La conversazione continuò ed abitò i luoghi più comuni. Scorazzava tra frasi già dette e sentimenti affettati. Lei si arrese. Aveva provato a porre il discorso in altra maniera. Accennò i propri dubbi. Sembrò soltanto cinica. Non se ne preoccupò per nulla. Fece domande, non ebbe risposte. Parlavano. Non dicevano. Non rimase delusa. Che importava a Lei?

A dire il vero la chiacchierata non durò neanche più di tanto. L’Altra iniziò a borbottare riguardo a quel bar, a quei vecchi che non facevano altro che squadrarla da capo a piedi. -Vecchi rattusi bavosi-. Ripeteva con una rabbia e una cattiveria che mal si addicevano a quegli occhioni tristi, lucidi e arrossati dal pianto continuo. Certo con quella minigonna, quel trucco pesante; in definitiva poteva anche venire meno in ghingheri per un incontro con una collega. Soprattutto se si parla di morte!, pensava Lei. Disse che doveva distrarsi e per questo aveva preso appuntamento con il fidanzato per andare a fare delle spese. Del resto non aveva un tailleur decente per l’inverno! Lo squillo del cellulare con annesso messaggio fu un suono di liberazione per Lei.

Si salutarono calorosamente.

Conclusione

Lei, invece, si recò sugli scogli di Bagnoli. Non che non si accorgesse della banale esteticità del gesto: seduta di fronte al mare. Soltanto così, però, si sentiva bene. Trascorse un bel po’ di tempo osservando. Non fissò nessun pensiero reale. Non provò nessuna sensazione in particolare. Godette della propria assenza di forma. Sentì un piacere sottile ed intenso. Brividi le correvano per il corpo.

Sorrise al vento e lanciò un’occhiata di intesa al mare. Il cielo si accese soltanto per Lei.

Tornò a casa per pranzo.

Anacleto

di umberto duca

Anacleto era un giovane obsoleto. Un errore temporale. Una lieve discrasia nel piano universale delle nascite e delle morti. Un individuo che faticava sempre, sulle spalle, il peso di un centinaio d’anni di scarto, rispetto a quando sarebbe dovuto venire al mondo. Rispetto ad un mondo che avrebbe potuto accoglierlo senza riserve e senza risentimenti. La sorte volle però che Anacleto nascesse, non nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma solo al momento sbagliato, solo questo. Niente di più e niente di meno, Anacleto sarebbe dovuto nascere in un altro momento, tutto qui.

Un momento che volò via e lo scaraventò in un tempo che lui (Anacleto) non riusciva, nonostante tutti i suoi sforzi di giovane obsoleto, a sentire suo. D’altra parte anche il tempo, in cui egli viveva, faticava a sentire quel giovane come una sua creatura, come una parte del suo spirito.

Scherzi del tempo o beffe degli incontri, il che è come dire: “Per un nonnulla non sei venuto al mondo quando avresti dovuto.”

Allora, nel millenovecentoquattro, due persone, di cui è meglio tacere i nomi, s’incontrarono e s’innamorarono perdutamente. Ovviamente un uomo e una donna. Naturalmente se non altro. Ecco! Da quest’unione sarebbe dovuto nascere Anacleto. Perché questo non accadde? Perché i due innamorati non diedero vita a quell’Anacleto che avrebbe dovuto essere il frutto del loro idillio d’amore? Perché?

Un errore di valutazione! Se ne commettono tanti, ma ognuno ha la sua gravità e le sue conseguenze che possono essere, com’è accaduto per le sorti d’Anacleto, disastrose e irreversibili. Niente di particolare si direbbe, niente che salti all’occhio più di un camaleonte mimetizzato tra foglie verdi, niente, quello che a volte può sembrare una semplice vicissitudine della vita o un semplice avvenimento privo della più pratica importanza, si rivela però fondamentale per decidere chi verrà al mondo, in quale momento e in quale luogo.

Gli ipotetici genitori d’Anacleto del millenovecentoquattro fecero l’amore con qualche ora di ritardo rispetto a quanto stabilito nel piano universale e così…così…non arrivò Anacleto, ma una persona che invece era…era…come si può dire, avanti con gli anni, che parlava di cose incomprensibili alla maggior parte delle persone del tempo. Una persona che, in un certo modo, si sarebbe sentita molto più a proprio agio nel lontano duemilaquattro, più che nel suo millenovecentoquattro. Ecco tutto, adesso mi sembra molto più chiara questa faccenda, vero?

Senza dubbio Anacleto del duemilaquattro, se fosse nato nel suo ipotetico novecentoquattro, sarebbe stata un’altra persona. Nel senso che avrebbe potuto avere diversi connotati fisici, compiere studi diversi, avere passioni diverse…eccetera eccetera…insomma, avrebbe potuto fare qualche cosa di completamente diverso da quello che, sfortunatamente, cercava di portare a termine adesso, nel duemilaquattro, senz’alcun dubbio!

Ma lo spirito. Lo spirito, questo sarebbe stato quello dell’Anacleto che vive nel lontano duemilaquattro, quello dell’Anacleto che, adesso, non capisce le donne e che non si capacita di quanto siano stupidi e vacanti i giovani della sua stessa età.

Al suo tempo, novecentoquattro, molte più cose gli sarebbero risultate estremamente chiare, ma nel duemilaquattro…proprio no! Nel duemilaquattro niente gli sembrava chiaro e niente poteva convincerlo di riuscire a vivere dignitosamente una vita che, con lui, aveva scherzato un po’ troppo.

Ma Anacleto tutto questo non lo sapeva! No! Non lo sapeva! Il solo discorso che riusciva a fare era: “BHA…se nascevo in un altro posto e in un altro tempo forse sarei stato meglio di come sto adesso…BHA…forse non sarei come sono adesso…forse…MMM…se… potevo…” e via dicendo. Quello che sfuggiva ad Anacleto era proprio lo spirito. Si, lo spirito. Il discorso posto nei termini in cui lo poneva, suo malgrado, Anacleto, era privo del benché minimo significato e del più fragile fondamento. Se nasceva in un altro posto e in un altro momento sarebbe stato logicamente un altro giovane adesso. Un’altra persona. Non l’Anacleto con lo spirito d’Anacleto che ha sbagliato (gli è stata sbagliata) epoca. Tutto, in Anacleto parlava di quest’imperdonabile errore, dalle sue mani alla sua voce, dai suoi pensieri alle sue manie. Tutto il suo corpo portava marchiato sopra, a caratteri indelebili, lo spirito di un tempo che è già stato, di un tempo che fu, e di un inadeguatezza sempre mal celata, tutto sommato.

Ma, per forza di cose, tutto questo che abbiam detto doveva sfuggire al nostro Anacleto, non sapeva e non avrebbe mai potuto immaginare il meccanismo di funzionamento della venuta al mondo delle persone. Così non sapeva di quell’incontro mancato e delle sue conseguenze. Come avrebbe potuto immaginarlo? Su quali basi?

Tutto questo per capire con chi avremo a che fare, per comprenderci, per scoprire chi è Anacleto…ma…MMM…forse…forse è meglio, a questo punto, ascoltare le sue stesse parole, sentire cosa ha da dire…

…confessioni di un giovane obsoleto…

…3 aprile/2004…

-<<…nelle fantasie che mi permettevo da bambino, i miei genitori, sarebbero dovuti morire in un incidente d’auto, di ritorno da qualche festa, e io sarei dovuto diventare un bimbo solo che affronta con coraggio le vicissitudini della vita di allora, di una vita da bambino.

Dico a voi questi miei segreti…che…che…credetemi…mi assillano ancora!

SI! Non come allora, non come quando ero piccolo e impertinente, non riguardano più i miei genitori…OH NO…non loro, per carità, loro non c’entrano più, adesso, in tutto questo.

Riguardano semplicemente me, il mio spirito ed il mio cuore…non so…MMM…come dirvi…come dirvi…SI!…si ecco, mi vedo morto, mi vedo morto, dappertutto, in ogni modo e in ogni luogo. Ghigliottinato alla Luigi sedici o arso vivo come il caro Bruno…insomma, ho frequenti fantasie…sulla…della…per la…mia morte, ecco tutto!

Al mare in montagna in città ed in campagna, sarò già morto più di una dozzina di volte in ognuno di questi luoghi (la campagna l’ho preferita) e in ognuno di essi conducevo una vita, avevo una moglie e dei figli, un lavoro e…tutto, diciamo, e le cose mi andavano bene.

Si, tutto, ma tutto diverso da quello che ho adesso, che qualcuno di voi potrebbe scioccamente giudicar migliore delle mie fantasie. Come per quella da…MMM…ad esempio…quella da…da guardiano dei porci in una fattoria della provincia casertana nel settecento (fu carina, comunque) credo che questo pensereste. Credo che vi sembrerebbe, a confronto con questa mia fantasia, come la migliore vita che si possa desiderare, la mia vita di adesso. Ma io…ma io…NO! NO E POI NO! Non è così, per me! E sembra che nessuno voglia capirlo. Ma cosa posso farci? Che cosa posso inventarmi? Come potrei mentire a me stesso non ammettendo che queste fantasie, come quella dei porci, mi fanno gola. Mi danno un sentimento di vita che io adesso, perdonatemi ma, non trovo. Non trovo!

E poi, in quelle vite (o morti) che immagino mie, arriva sempre un momento in cui tutto s’aggiusta, tutto scorre liscio come l’olio, momenti in cui o mi tagliano la testa oppure mi gettano al fiume con una pietra legata al collo.

Perdonatemi, perdonatemi ancora signori miei, amanti della vita e della realtà.

Chiedo venia ma io…io…io proprio…non riesco, non ce la faccio, non ho la vostra forza (o il vostro stomaco) non ce l’ho, e basta.

Come avrei potuto immaginare che quelle fantasie fatte nel mio letto di bambino, appena mi c’infilavo dentro, sotto la gran coperta giallina, poco prima di prender sonno mi avrebbero, secondo quel pagliaccio del mio psicanalista, fatto diventare un giovane uomo con…dice lui…”manie di persecuzione con elaborazioni suicide”.

Perseguitato da chi? E perché?

Quando glielo chiedo mi risponde che sono io stesso, sono io a fare tutto da solo. Sono io che mi perseguito da solo, come un cane che si rincorre la coda, (che stupido). Secondo lui? Mi ascoltate? Così crede quel pagliaccio! Così merita d’esser chiamato, che stupido!

Ma io lo so che non è così, lo so che le cose non stanno come vuol darmi ad intendere…anzi…proprio…bè…veramente…sinceramente non lo so, ecco, non lo so. A voi lo posso dire senza riserve, per fortuna non mi date strani consigli come quel pagliacc…OOOH, BASTA!…non lo voglio più nominare neppure, basta!

Si, vi dicevo che non lo so, è vero è vero, non lo so ma…ma lo sento, lo sento forte e chiaro, non so dove e non so come ma lo sento che non sono un cane impazzito. Sento che c’è davvero qualche cosa che non mi torna, qualcosa che non quadra, nella mia sciocca vita. Qualcosa che non mi è stato detto. Lo sento ed è pesante!

Che cosa credete? Credete che io corra nelle mie fantasie di morte o di vita che siano, per scappare dalla realtà? Perché ho paura del mondo e di affrontarlo? Per sgattaiolare fuori dalla realtà e rifugiarmi nel mio, di mondo?

NO! NO! Come ve lo devo spiegare? Non è così e non è così, semplice.

Io, continuo a sentire che sotto sotto, sotto la mia vita, c’è un imbroglio senza limiti, senza fine, un’oscura necessità che ha preteso il mio corpo ed il mio spirito lontani da qualche cosa… non so …lontani da un luogo…forse…lontani da un tempo…forse, ancora…chi lo sa! Chi lo sa? AH, se fossi nato in un altro posto chissà cosa e chi sarei adesso.

Ehi…un attimo…come al solito…si, ascoltatemi. Perché secondo voi ho parlato di un “oscura necessità”? Perché? Ditemelo vi prego! L’ho detto e non me ne sono ravveduto, come al solito, m’è caduto dalla bocca come se l’avessi vomitata quella necessità. Diavolo! Parlatemi vi scongiuro, è quella parola –nacessità- che ogni tanto pronuncio senza accorgermene, necessariamente, che mi convince, che mi sincera della mia opinione e che mi fa pensare sempre più che davvero non sono quello stupido cane. OH, STUPIDO CANE!

Mi fa invece pensare tutt’altro, si, che qualcuno o qualcosa abbia attentato alla mia vita e fatto in modo che l’inganno si celasse in ogni mia parola, in ogni mio respiro in ogni mia carezza e in tutti i miei baci. Oh, come amo mia moglie, tutto sommato, come l’amo. Tentai di farle capire, di illustrare lei questi miei sconclusionati (a detta del pagliaccio) pensieri. Ma non so! Niente, non sembrava aver inteso…ma io…io insistetti e più di una volta, da allora, provai e riprovai a dirle quelli che con tutta sincerità credo i motivi delle mie incongruenze tra la vita che vivo e quella che morendo, nel mio spirito, immagino. Ma credo che gia abbiate inteso, e bene, verso qual esito mi condusse, e mi conduce tuttora, questa mia caparbietà. A nulla. Nonostante questo lei è l’unica che fa battere il mio cuore. Mi permette di morire e rinascere ogni volta, ogni giorno, ad ogni mio pensiero e ad ogni mia lapidazione o flagellamento. Ecco tutto di mia moglie.

Ed io? Io? Io…io…a chi…a chi ritorno così tanto d’aiuto? A lei? Non credo! A chi? Non lo so…non lo so…e non lo so! A qualcuno che non ho ancora incontrato? Al mare? Alle stelle? A tutta la comunità umana? Al circolo di bocce dove andrò a finire superati i sessantacinque? Oppure solo a me!? Oppure proprio a nessuno!? Come potrò rispondermi? Come?…

Al circo…EHM…scusatemi chiamo circo l’ospedale psichiatrico dove lavora il pagliaccio che dice di tenermi in cura…al circo, dicevo, non incontro mai nessuno come me, si come me, nel senso che faccia i miei stessi pensieri, almeno qualcuno, mi accontenterei di uno. NO! Niente non ce ne! Cosi passo il tempo d’attesa tra un numero circense (visita) e l’altro guardandomi circospetto tutt’intorno oppure leggendo quelle sconclusionate riviste da sala d’attesa di uno studio medico. Mai che facessi quattro chiacchiere con uno che ha le mie stesse domande. Un giorno figuratevi riuscii addirittura a scoprire, su quelle riviste, che mangiando mezzo chilo di carote al giorno avrei potuto evitare la caduta dei capelli. Troppo tardi! Comunque se m’avessero detto una cosa del genere avrei pensato che tutt’al più sarei diventato un cavallo oppure un coniglio che con le carote è ancora (per ora) più avvezzo del cavallo. Peggio per lui, al cavallo, perderà tutti i capelli…EHM…la criniera.

Ecco, sta arrivando. Ma non adesso…perché?…proprio adesso che parlavo così loquacemente con voi…anche quest’altra…anche questa ci voleva adesso, si, anche questa…diamine…

Perdonatemi ma m’è venuta in testa una delle mie fantasie. M’aspettate un attimo? Uno solo. Lasciatemela pensare senza la paura di non trovarvi più qui al mio ritorno. Vi scongiuro. E’ questo, per me, il momento più bello e dolce di tutta questa mia insulsa giornata. Pochi minuti e Anacleto sarà di nuovo con voi. Pochi minuti, non mi serve poi tanto per morire e poi rinascere…

Non è stato gran che! Mi spiace, non merita nemmeno di essere raccontata questa fantasia, v’annoiereste e m’annoierei. Vi dico solo che mi trovavo nel medioevo e il papa d’allora mi accusava di un grave crimine contro lo Spirito Santo e di mano sua mi lasciava cadere in un gran pentolone di sale del mare, credo, ovviamente senza più indosso la mia pelle. Bando ai particolari…è andata così…per oggi…>>-

------------------------------------------------------------------------------------------

Ecco una vita sacrificata in nome del progresso dell’intera comunità umana. Dubbi? Allora, il PIANO UNIVERSALE DELLE NASCITE E DELLE MORTI é molto chiaro e non contempla errori. (secondo la sua logica) Per ogni progresso c’è bisogno d’un regresso. Vale a dire: nel millenovecentoquattro nacque, al posto d’Anacleto, un grande e famosissimo uomo di genio, che sarà indispensabile per l’umanità tutta. Diciamo meglio: al posto dello spirito d’Anacleto fu posto uno spirito geniale. (progresso) In questo modo Anacleto, o meglio, lo spirito d’Anacleto s’è ritrovato catapultato oggi, nel duemilaquattro, con un normale “spirito del tempo” del millenovecentoquattro. (regresso) Ecco tutto. Tutto chiaro!

Ma tutto questo Anacleto non lo sa.

------------------------------------------------------------------------------------------

…illuminazione dei sette giorni…

… 10 aprile/2004…

-<<…sono solo il frutto maturo di un seme che qualcuno ha gettato in terra molti anni fa. Sono il nulla che avanza. Aspetto solo di cadere dal mio ramo per scoprire cosa succederà…>>-

BRULICA

Brulica

Come miriadi di parole

In ogni dove evase

Solo a stento carpite

Sotto un faro

L’imminente sensazione

Del confuso

Goccia Terra Raggio Riflesso

Pioggia di cera

Cementifica

Geometrie di scrosci

Sul cartone

PIOGGIA

Brulica

Sotto un faro

Pioggia di cera

Solo a stento carpite

Goccia Terra Raggio Riflesso

Sul cartone

Come miriadi di parole

In ogni dove evase

L’imminente sensazione

Del confuso

Cementifica

Geometrie di scrosci

GIROTONDI

Il giro della notte

Questa notte

Immobilizza i suoni

Nitrati dai polmoni

Ansie

Come chiodi

Mi

Fissano a impianti

Sottili

Costringono alle fiamme

Respiri Sostanze Profili

In contingenze uggiose

Di finzioni parallele

poesia

5

rimbombano i volti

nel trasfigurarsi crepuscolare

migrazioni quotidiane

tra metastasi di suoni-fumo

per le proprie briciole

quotidiane

s’accartoccia il freddo

intorno le pietre familiari

bulimico scorazzare

di doveri orari

predicatori muti

ma appaiono dolcezze strane

scompaiono mestizie irregolari

gli occhi di una donna

il mio milleunesimo sogno

giacimenti di menzogne

pozze di anime rarefatte

i miei sguardi in novembre

gracchiano contro obelischi urbani

la fretta incornicia tele d’amaro

parlare detestabile e convulso

della nuova intellettuapolide

disturbano le blandezze

lancinanti fischi a vuoto

come frecce poco efficenti

soffro ancora d’un sapore

soffro ora d’un perpetuo

stillicidio lento di missioni da compiere

detriti olfattivi

avvolgono

rapsodiche malinconie mnemoniche

convincono i rami

protestano

rispondono al fischio del vento

nel buio delle campane a volte odo cospirazioni stellari

le torri ancora sputano

e la terra torrida accoglie

lamenti gocce di piombo

degli alberi di pesco

solo il nome

forse il ricordo di un colore

senso di colpa:

grave ancora grave

l´autunno sotto le mie ferme mani

MALEDETTO

correndo ancora

sui carboni ardenti

delle mie notti infami

rovisto

nel mio cranio sigillato

sciacallaggio di ricordi

son’ morti

convulsioni acerbe e pallide

di cuori dimenticati

un grido

come arido paesaggio

cerco

ancora un orizzonte asimmetrico

rumore e fame

ulcere contorte

di mondi pianeggianti

di marco luciano